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REINVENTARSI

12 Apr

Visto il calo d’interesse verso la letteratura e il corrispondente incremento dei vari “Masterchef” Dante, da buon toscano ha aperto un frantoio, il Boccaccio  un’industria conserviera, mentre l’emiliano Ariosto un opificio di aromi da cucina. 🙂

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MEMORIE DI AZZURRO

8 Mar

mulinoadacqua

L’altra sera a cena con amici ci siamo trovati a parlare delle vacanze estive dai nonni.

Quelle descritte da Celentano in Azzurro, che io passavo spesso da mia nonna, con l’obbligo formale del riposino pomeridiano. Formale perché, per quell’accordo non scritto che si può stipulare con i nonni che sono più permissivi dei genitori ogni tanto, novello Tom Sawyer, lo trasgredivo saltando dalla finestra al pian terreno della villetta e via per i fatti miei!

Anche quel giorno che, cammina cammina sul lato sinistro della strada come mi avevano insegnato a scuola, percorsi cinque chilometri fino ad arrivare al paese vicino dove abitava uno zio mugnaio che aveva un mulino ad acqua, non proprio bianco come quello dei famosi biscotti e merendine, ma che mi affascinava ugualmente (forse già all’epoca mi stavo appassionando al tempo e il roteare della ruota mi ricordava un orologio). Interrogatomi sul cosa facessi lì e se mia nonna ne fosse al corrente, mio zio mi pagò il biglietto per il primo autobus di ritorno. Mia nonna non lo venne a sapere perché non aveva il telefono, neanche quello nero a muro con il disco.

Una signora più giovane  mi raccontò in altra occasione di come veniva mandata dai suoi nonni in Sardegna e di come era coccolata dalla nonna che ogni giorno ne trovava una nuova per farla mangiare, preparandole se necessario le tagliatelle a merenda. Suo nonno era un pastore, un pastore sardo di quelli che avevo visto sui libri delle elementari. Incuriosito, le chiesi se parlassero in dialetto o in italiano. Mi rispose che sì, qualche parola in dialetto usciva, ma parlavano in italiano perché a suo modo suo nonno era una persona colta. Quando recava il gregge al pascolo portava con sé un libro di un autore italiano, D’Annunzio, Manzoni o Verga, assieme a un piccolo dizionario nel quale cercava le parole che non conosceva e che annotava nei suoi marginalia.

Rimasi stupito e lei, a sua volta mi disse di esserlo stata quando, da adulta, vide il film tratto dal romanzo Padre Padrone di Gavino Ledda, che certo non corrispondeva all’immagine del pastore sardo da lei avuta da piccola.

Questo per dire che ci sono luoghi comuni e stereotipi che non sempre corrispondono alla realtà e che, pur traendo spunto da uno o più fatti veri,  non debbono essere presi per buoni ma verificati, e non rappresentano tutta una categoria di persone.

Come quella, fraintesa da molti, “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. Scarpe grosse sicuramente, perché altrimenti affondano nel terreno bagnato, ma cervello fino non si riferisce ad una persona che senza intelletto ma piuttosto che sa ragionare, forse non sempre come i libri di scuola ma, si sa, i libri sono la forma scritta in bella copia della pratica.

LA CULTURA E L’OSPITALITÀ

2 Gen

libroaperto

Anni or sono ospitammo per un periodo la figlia diciottenne di nostri amici di Taranto. Il padre ci mandò un assegno a copertura delle spese e, per non entrare in quel circolo vizioso dei “non dovevi” e dei “non se ne parla proprio”, decidemmo di dare l’importo alla giovane.

Lei ringraziò, dicendo però che non le pareva corretto ricevere del denaro oltre all’ospitalità, e ci domandò di regalarle dei libri.

Comprammo quindi dei libri adatti alla sua età e ne riempimmo un scatolone. Comprammo anche l’Ulisse di James Joyce, nell’edizione Oscar con la guida alla lettura, ne facemmo un pacchetto a parte con la dedica “Questo leggilo un po’ più tardi, prima goditi la gioventù”. 🙂

L’ESSENZIALE

5 Dic

Riflesione prenatalizia.

Di quanta roba inutile – “roba” nel senso verghiano de I Malavoglia – ci circondiamo? Inutile-inutile, della quale potremmo tranquillamente fare a meno, o che, come spesso succede, abbiamo comperato e non sappiamo più di avere a casa.

Ognuno faccia la propria lista, che non deve necessariamente di privazioni. Gesù, a chi obiettava che l’olio con cui la peccatrice gli ungeva i piedi asciugandoli con i capelli si sarebbe potuto vendere e il ricavato darlo ai poveri, rispose “Lasciatela fare, i poveri li avrete sempre con voi”.

Scrive Luis Sepúlveda in Il potere dei sogni che ha fatto spazio nella sua biblioteca perché non ha senso tenere i libri di facile reperibilità nelle biblioteche pubbliche (quanti di noi hanno l’ingombro dei tre o quattro centimetri di costola de Il nome della rosa 🙂 ).

Un buon esercizio è pensare a come riempiremmo la valigia per un volo low cost, perché si sa che le compagnie si rifanno sul peso dei bagagli. “Questo sì, questo no, questo non so, questo mi è proprio indispensabile, questo costa poco e lo ricompro all’arrivo”.

Finiremo con il fare spazio a casa, o sugli scaffali della libreria, ma soprattutto nel nostro stile di vita educandoci ad acquisti e a un consumo più responsabile. Il che di questi tempi – a prescindere dalle possibilità economiche di ciascuno – non è da poco.

Passando dalla modalità dell’avere a quella dell’essere.

CINQUE DONNE

9 Ott

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?! Eppure gli ebreri non credevano nella fortuna.

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

BARAK

28 Giu

In Terra degli uomini, il racconto di uno dei naufragi di Antoine Sant-Exupéry, l’autore racconta delle traversie della liberazione di uno schiavo, di come egli, dopo l’ebrezza della conquistata libertà avrebbe dovuto fare i conti in capo a tre mesi con la miseria di un un povero,ma libero. “Aveva il diritto di essere se stesso tra i suoi”.

– Su, vecchio Barak, va’ e sii uomo”

[…]

E noi facevamo gesti d’addio al nostro neonato di cinquant’anni, un po’ inquieti nel mandarlo verso il mondo

– Addio Barak!

– No.

– Come sarebbe a dire, no?

– Sono Mohammed ben Lhaoussin, Barak era il nome dello schiavo.

A differenza di noi, in cui è rimasta una traccia nel detto latino Nomen omen, il nome è un presagio, tra gli arabi così come tra gli ebrei il nome non viene imposto a caso o secondo la moda ma tenendo conto del suo significato. Durante la schiavitù Mohammed ben Lhaoussin non si sentiva una persona e poco gli importava se lo chiamavano Barak o in altro modo.

Dovremmo porre più attenzione anche noi, perché l’articolo 22 della Costituzione parla espressamente del diritto al nome. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”.

A PROPOSITO DEI CONGIUNTIVI

11 Apr

A scrivere di comunicazione sorge sempre il dubbio di cadere in banalità, perché son cose dette e ridette, ma sembra ci sia sempre qualcuno pronto a puntare il dito.

Dividiamo idealmente l’Italia in tre zone, come si fa per le previsioni meteorologiche, Nord, Centro e Sud. Avremo

  1. contadino

  2. cafone

  3. villano

Al di là del significato proprio di “coltivatore della terra”, i tre termini fuori dai rispettivi territori sono usati per indicare una persona sgarbata.

Propongo spesso questo esempio per far notare come, senza ricorrere ai cosiddetti falsi amici, termini simili per grafia o pronuncia che cambiano significato da una lingua all’altra – come il famoso education in inglese che non vuol dire educazione ma istruzione – abbiamo seri problemi di comunicazione nell’ambito di una stesso popolo (gli svizzeri italofoni hanno altre peculiarità).

Chiunque si occupa direttamente o indirettamente di comunicazione sa o dovrebbe sapere che non sempre ciò che A dice è percepito da B allo stesso modo, anzi! Così come dovrebbe conoscere i consigli di don Lorenzo Milani e aver letto il suo Lettere a una professoressa.

La semplificazione linguistica, che ha cancellato referto sostituendolo con risposta, ha ottenuto l’effetto di appiattire il livello medio di conoscenza e conseguente uso della lingua anziché elevare il livello medio della cultura.

Quasi tutti più o meno inconsciamente usiamo tre registri linguistici

  1. un livello alto, spesso contenente termini tecnici relativi a una data professione, usato nelle relazioni scritte o nei discorsi

  2. un livello intermedio, usato nella cosiddetta vita di tutti i giorni

  3. un livello basso, spesso senza alcun rispetto della grammatica e della sintassi, come quello usato troppo spesso nella messaggistica elettronica dove po’ diventa tristemente pò.

Tempo fa un mio interlocutore mi interruppe chiedendomi il significato di un termine assolutamente non tecnico che a me pareva di uso comune. Glielo spiegai, ma poi mi fermai a pensare a quanto analfabetismo di ritorno si sta imponendo nella nostra società che per i motivi che tutti conosciamo si è ridotta a usare un vocabolario molto ristretto.

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi, spesso effimeri che durano quanto un dente di leone, o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono o non ci saranno più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare come è successo a me

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e com-passione). Altre mutazioni hanno una più o meno velata ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale. Per la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba ma anche con l’italiano siamo messi male con il lùnedi e avanti fino a vènerdi.

Ciò mi rammenta tre episodi significativi.

Ero in una stanza dove un giovane nigeriano che parla italiano stava dando ripetizioni di fisica a un ragazzo italiano. Durante tutta la lezione, evidentemente senza rendersene conto, usò therefore in inglese anziché perciò in italiano e io mi chiedevo se il ragazzo italiano ne conoscesse il significato.

Durante una gita osservai una ragazzina delle medie, Jennifer, che parlava in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi colpì non furono i suoi ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Si racconta che il sindaco di Buje una volta italiana e ora in Croazia all’apertura di un incontro di lavoro trilaterale tra comuni del litorale adriatico croati, italiani e sloveni, dopo i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti), dimostrando tra l’altro che in alcune occasioni la praticità vale molto più del protocollo.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava essere licenza poetica, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente una delle poche eccezioni negli articoli è gli anteposto a  dei, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua “-volversi”. Se “e-“ o “in-“, però, è tutto da discutere.