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CI SIAMO FATTI RI – CONOSCERE

14 Dic

Nadia Toffa, la giornalista delle Iene che il 2 dicembre ha avuto un malore a Trieste, è balzata in terza posizione mondiale tra le ricerche su Google, tanto da diventare una star internazionale e suscitare la domanda su chi sia sui giornali esteri.

Ho scritto ri – conoscere, nel senso di conoscere di nuovo, perché quando all’inizio del nuovo secolo fu chiesto quale fosse la frase rappresentativa del secolo appena terminato il mondo anglofono rispose:“I have a dream”, gli italiani risposero: “Che mondo sarebbe senza Nutella?”.

Senza nulla togliere alla crema alle nocciole e al momento di celebrità della giornalista, ancora prima di valutare l’uso delle ricerche on line e dei Social Media dovremmo a parer mio ricalibrare i nostri parametri culturali e, visto che la notte scorsa e quella di oggi offrono lo spettacolo delle Geminidi, cercare da parte di chi non lo conosce su Google l’ultimo verso dell’Inferno  “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Tant’è.

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LA SCRITTA INVINCIBILE

21 Nov

LA SCRITTA INVINCIBILE

Al tempo della guerra mondiale
in una cella del carcere italiano di San Carlo
pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri,
un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo
viva Lenin!
Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile,
ma scritto in maiuscole enormi.
Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino
con un secchio di calce e quello,
con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa.
Ma siccome, con la sua calce,
aveva seguito soltanto i caratteri
ecco che c’è scritto nella cella, in bianco
viva Lenin!
Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello
sì che per lunghe ore non si vide più nulla.
Ma al mattino, quando la calce fu asciutta,
ricomparve la scritta viva Lenin!
Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello.
E quello raschiò una lettera dopo l’altra, per un’ora buona.
E quand’ebbe finito, c’era nella cella, ormai senza colore
ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile:
viva Lenin!
E ora levate il muro! disse il soldato
.

Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg, Trad. it. di Franco Fortini, Einaudi 1976.

Dubito che colui che ha reimbrattato con una frase offensiva il muro sul quale il comune aveva speso i denari pubblici per cancellarne altre abbia letto Brecht e, se lo ha  fatto, non ne ha capito il senso. Perché un carcerato non può esprimersi che vosì, una persona libera ha altri mezzi.

 

LA RIFORMA E LA SOCIETÀ

31 Ott

Documentazione sulle 95 tesi e sulla Riforma, di cui oggi si celebra il 500° anniversario, si può trovare con facilità.

Ciò che rattrista è che in Italia questa pietra miliare anche solo dal punto di vista sociale è ampiamente ignorata per l’ingombrante presenza del Vaticano che nel 1983, cinquecentenario della nascita di Lutero, inventò l’Anno santo straordinario per il 1950° anniversario della morte di Cristo (quando l’età di 33 anni è certificata solo dal gioco della tombola).

Ben pochi giornali ne hanno parlato, e mi sarei aspettato un saluto, che non c’è stato, da parte del Presidente della Repubblica, che ha celebrato la giornata mondiale del risparmio sul sito del Quirinale.

Tutto ciò ha delle ricadute sociali, a cominciare dalla scuola, con l’IRC e non della storia delle religioni in una realtà multienica, con l’educazione di genere, oggi tanto importante per formare degli uomini migliori, alle resistenze alle approvazioni delle leggi come le dichiarazioni finali di trattamento e l’eutanasia, fermi in qualche cassetto in parlamento dopo la “fiammata di legna secca” a seguito della morte della signora Englaro, gli ostacoli all’applicazione della Legge 194 e alla regolarizzazione della prostituzione, che in Italia non è reato e sarebbe un capitolo di entrata per l’Erario, mentre lo sono l’adescamento e lo sfruttamento e via dicendo.

Noi datiamo l’inizio dell’Evo Moderno con la scoperta dell’America, nei Paesi protestanti lo fanno con la Riforma.

Lutero contrasto la vendita delle indulgenze, e qualcuno dovrebbe pur ricordare il “vada il tuo denaro in perdizione con te” pronunciato dall’apostolo Pietro a Simon Mago che voleva comperare il potere di fare miracoli. Quando c’è di mezzo il denaro, i soldi, bisogna sempre stare attenti.

No, certo, nei Paesi protestanti non sono tutti eticamente perfetti, né come persone né come come aziende, come alcuni scandali recenti lo hanno messo in evidenza, ma rimangono delle eccezioni. Così come sono le eccezioni la raccomandazione e il “lei non sa chi sono io” tanto duri a morire da noi.

Nel protestantesimo, che su basi bibliche non conosce il sacerdozio inteso come mediazione, il rapporto con Dio è diretto ed è questo a fare la differenza.

ANGLICISMO O ERRORE?

27 Ott

Nel giorno in cui è posto in vendita il libretto “L’italiano e le lingue degli altri”. “Fun, gender, coach. Quando l’inglese ha la meglio sull’italiano. Tra bilinguismo e identità”, con particolare riferimento ai termini inglesi entrati di prepotenza nel parlar comune complici il governo e la pubblicità, in un articolo sul medesimo quotidiano che lo offre in allegato una giornalista usa il termine libreria per scrivere di una biblioteca (In inglese library). Un po’ come spesso è scritto educazione (dall’inglese education) per intendere istruzione.

La libreria è l’esercizio commerciale che vende i libri e, ultimamente, l’educazione è merce sempre più rara.

CAMBIARE FA BENE

18 Set

C’era una volta… un re, diranno i miei piccoli lettori.

No, cari bambini, c’era una volta un pezzo di legno”.

Questo è l’incipit di Pinocchio (tagliato dalla Walt Disney, ma questa è un’altra storia), che molti conoscono.

Cosi come quasi tutti, pur non conoscendo Shakespeare e tanto meno la tragedia del principe di Danimarca, hanno prima o poi avuto un dubbio amletico e hanno detto forse la famosa frase “Essere o non essere, questo è il problema”.

Agostino Lombardo, nella sua traduzione dell’opera, ce la propone in altro modo

Amleto

che, senza entrare in analisi linguistiche o delle tecniche di traduzione, sicuramente è innovativo per gli italiani.

Fernando Savater, filosofo spagnolo, nel saggio Etica per un figlio ci evidenzia l’impossibilità della vita se dovessimo pensare e prendere una decisione su tutto ma proprio tutto ciò che facciamo, come mettere il piede destro davanti al sinistro e in sequenza il sinistro davanti al destro per camminare. Ci abbiamo pensato a lungo e abbiamo imparato come si fa da piccoli quando con nostro stupore ci siamo trovati a camminare in posizione eretta e, fatta!, non ci pensiamo più.

Ci sono altre cose, però, che facciamo per abitudine e che gli psicologi affermano che è utile cambiare, come variare il percorso abituale casa-lavoro-casa, per non cadere nelle fossilizzazioni che giustificano, alla lunga, il “si è sempre fatto così” e mortificano l’inventiva.

Rompere gli schemi restando nel buon gusto e nella legalità è un buon esercizio personale, non di ostentazione, come capitò a quel docente che, in cerca di originalità disse “Dal mio angolo di guardatura” e che, dopo un attimo di perplessità da parte dei discenti, ricevette in cambio una fragorosa risata.

VIRTUDE E CANOSCENZA

6 Set

Dante Alighieri nel canto XVI della Divina Commedia fa dire a Ulisse le parole che ho trovato riportate su un murale della serie “attacchi poetici”.

 

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Basterebbe riflettere sul significato della parola bruto di questi versi, scritti secondo la tradizione il 9 aprile 1300, per migliorare la nostra società, quanto a convivenza, onestà e rispetto per l’altr*.

Nel 2017 l’ignoranza è una scelta lecita solo se non ha conseguenze.

FISCHIANDO “IL” ZAPPATORE

13 Lug

Non parleremo dell’abuso dell’inglese nella lingua italiana o dell’imminente scomparsa del condizionale. Di questo i francesi hanno già preso atto e non ne sentono la mancanza, di quello ne parlano in troppi quasi tutti i giorni, senza concludere gran che. Potremmo parlare della reintroduzione della k, quasi imposta per comprimere i twitt nei fatidici 140 caratteri. Reintroduzione perché era presente nella nostra lingua ai tempi del Placito di Capua (il famoso kai ke kelle terre, per intenderci), e qualcuno rammenterà che il suo uso fu ripristinato con un Dpr che determinava l’esatta grafia della parola kilometro nei documenti tecnici, a differenza di chilometro in quelli letterari. Salva la conseguenza che molti studenti trasportano la k e le abbreviazioni da ai compiti in classe. Ma anche questa è storia vecchia, com’è vecchia la storia del garibaldino “Bixio” prunciato “Biperio” a un esame.

È noto anche che le varie tastiere, che trent’anni fa erano relegate alle dattilografe ed ora sono il principale mezzo di calcolo e di accesso all’informazione e alla comunicazione, hanno quasi fatto dimenticare la scrittura a mano, non solo quella con la stilografica che già era di élite, ma anche quella con la più popolare biro. Ormai anche le poche lattaie rimaste fanno di conto con la calcolatrice e, quanto allo scrivere, molte persone soprattutto giovani, non vanno più in là di un appunto: già il testo della lunghezza di un A4 sembra richiedere l’apertura di un programma di videoscrittura. Questa abitudine è un’ulteriore fonte di impoverimento culturale perché la facilità di variare il testo, con la cancellazione, il “copia e incolla” e l’eventuale passata del correttore automatico, fa sì che chi scrive non presti più l’attenzione che era necessaria nei manoscritti.

Potremmo continuare evidenziando come l’elettronica faccia pian piano scomparire, oltre ai manoscritti originali e le relative correzioni, anche i carteggi, che ci hanno fatto conoscere le relazioni tra due persone, pensiamo per esempio a quello tra James Joyce e Italo Svevo: le email di solito non vengono conservate e, una volta cancellate dal server e dal client, non ne rimane traccia.

Parleremo invece di Jennifer, dodicenne, che in treno mi ha chiesto come mi chiamo. La cosa non mi ha sorpreso, perché già anni or sono un’altra Jennifer, questa volta americana, mi chiese il nome prima di salire in canna alla mia bicicletta dicendomi tanto gentilmente quanto fermamente: “You know, Mum doesn’t let me talk to strangers!”.

Jennifer, dicevo. Una ragazzina vivace che poi ha continuato a parlare in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi ha colpito non sono tanto i ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale, frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Ormai l’italiano non è insegnato più come una volta, detto non in senso nostalgico. Volendo possiamo fare anche distinzione tra i vari tipo di italiano parlati lungo lo stivale, da quello omologante delle reti televisive nazionali (l’Albania era un Paese povero, ma ricco di parabole sulle finestre e nei loro sbarchi nei primi anni Novanta gli albanesi che arrivavano furono distinti, in “immigrati Rai” e “immigrati Mediast” a seconda dei programmi guardati, altro che Turco-Napolitano o Bossi-Fini, a quello romaneggiante dei serial televisivi fino a quello buono di Milano, capitale italiana del commercio, oltre che della moda.

Una lingua, come un dialetto, è una realtà dinamica, soggetta a variazioni nel tempo e nello spazio, al punto che la stessa parola può avere un significato primario diverso da una città all’altra, con il conseguente rischio di qualche gaffe. I dialetti sono la parte viva del nostro linguaggio, il nostro abito casual. Alcune espressioni del napoletano sono intraducibili, e incomprensibili da altri, perché sono frutto di una ancestrale realtà quotidiana propria del luogo, così come è interessante verificare la trasformazione del dialetto veneto, con le sue differenze di pronuncia e di vocaboli verso est fino alle cittadine dell’ex Istria italiana. A proposito dell’Istria, si racconta che il sindaco di Buje all’apertura di una riunione di lavoro trilaterale tra Croazia, Slovenia dei comuni del litorale adriatico, conclusi i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti).

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono, o non ci saranno, più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa, come casigliano, desueto e simili in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare.

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre, se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e agàpe). Altre mutazioni hanno una chiara ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale, con la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba. Un noto giornalista televisivo saluta i suoi spettatori con un “Arrivederci a martedì prossimo”. Fa piacere udire qualcuno che saluta con il martedì e non con l’ormai omologato màrtedi.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava esser “licenza poetica”, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente l’unica eccezione negli articoli è “gli dei”, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua seguire i cambiamenti che la società le impone, se in meglio o in peggio, però, è tutto da definire, e non aspettatevi che citi il “Cinque maggio” del Manzoni.