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L’ABITO FA LA MONACA

31 Mar

Ieri, poco prima di mezzanotte, si è esibita a Ballando con le stelle suor Cristina Scuccia, la vincitrice di The voice 2014, suscitando una montagna di critiche e snaturando il senso della manifestazione.

Già in sala prove era sotto la supervisione da una superiora, nella esibizione si è presentata con una crew formata da tre ballerini, tra cui Stefano Oradei, che ricopre anche il ruolo di coreografo. “Sono sposata col Signore”, ha spiegato Suor Cristina che per vincolo non può ballare con un altro uomo. Alla domanda diretta di Ivan Zazzeroni se nelle puntate successive si sarebbe presentata in tonaca ha risposto affermativamente perché l’abito è segno della sua vocazione.

Al di là del bizzarro modo di esprimersi delle suore che pretendono di essere sposate con il Signore, facendo di lui un poligamo sia pure sul piano spirituale, non è certo una divisa a identificare una persona. Al contrario, come purtroppo sappiamo della divisa, non solo religiosa, molti hanno approfittato per scopi illeciti, per quel senso di autorità che noi in dialetto chiamiamo il “complesso del cappello con l’unghia”, la visiera, da un comandante in capo fino al portiere del condominio.

Suor Cristina si è presentata con l’istruttore uomo e con due ragazze in modo da non avere mai, durante l’esibizione, un contatto fisico con lui. Sarà da vedere come farà quando una delle prove riguarderà balli più impegnativi come il tango, che non può prescindere dal contatto dei corpi.

Come ha scritto l’apostolo Paolo, in un testo riconosciuto anche dalla Chiesa cattolica (1a Corinzi 6), «Tutto mi è lecito! ». Ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!». Ma io non mi lascerò dominare da nulla». «Tutto mi è lecito!». Ma io non mi lascerò dominare da nulla».

Così una suora, per la sua scelta di vita, dovrebbe essere sufficientemente saggia da evitare la partecipazione a un programma come Ballando con le stelle in modo da non mettere in difficoltà se stessa, lo spettacolo e il pubblico.

Quanto all’abito e al velo, che spesso richiamiamo come segno di sottomissione delle donne mussulmane, tempo fa scrissi questo post, e feci notare come la suora che ballava in un abito giallo alla fine si rivestì e, per sottomissione all’arcivescovo indossò il velo, ma anche come le suore sarebbero più comunicative, soprattutto con i bambini, senza quel segno di sottomissione in testa specialmente nella loro divisa nera.

In ultimo, poiché la Regione Friuli Venezia Giulia ha ribadito di recente, inutilmente perché c’è già una legge dello Stato, l’obbligo di presentarsi negli uffici pubblici a volto scoperto, va anche aggiunto che le fotografie di identità debbono essere fatte a capo scoperto e, per quanto riguarda la patente di guida, anche senza occhiali.

Contraddizioni del mondo moderno?

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CINQUE DONNE

9 Mar

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abrahamo”. Così comincia la storia di Gesù secondo Matteo, che inizia da Abramo, capostipite degli ebrei. Una genealogia incompleta e simbolica, divisa in tre gruppi di quattordici persone.

In tutta questa lista di nomi di uomini – sono loro quelli che contano! – sono nominate cinque donne, Tamàr, Racàb, Ruth, la “vedova di Uria” e Maria di Nazareth. Donne sicuramente diverse tra di loro, per epoca e per destino, ma che lasciano un segno nella storia di Israele.

Sappiamo che quella biblica non è una storia solo di gente per bene. Pensiamo alla facilità con cui Esaù cedette la primogenitura, il racconto del fatto si conclude con la considerazione “Tanto poco stimò Esaù la primogenitura”, o l’inganno con cui Giacobbe estorse la benedizione dal padre Isacco.

La prima donna, Tamar, era la moglie che Giuda, fratello di quel Giuseppe venduto per invidia a una carovana di egiziani, aveva preso per il primogenito Er, come leggiamo in Genesi 38. Dopo la morte di due dei tre figli, Giuda allontanò Tamar, che avrebbe avuto il diritto di sposare il più giovane in base alla legge del levirato, invitandola a tornare a casa di suo padre come vedova, per paura che anche anche il terzo figlio morisse. Che le donne portino sfortuna?!

Tamar, per rivendicare il suo diritto, un giorno in cui Giuda salì dalle sue parti, si finse prostituta per passare una notte con lui nel tentativo, riuscito, di rimanere incinta di lui. Giuda fece una pessima figura, ma da quell’incontro nacquero due gemelli, il primo dei quali fu chiamato Perez, che ritroviamo in Matteo 1 con il nome di Farez.

La seconda donna della genealogia è Racab. Di lei leggiamo, in Giosuè 2, che nascose gli esploratori mandati a Gerico da Giosuè. Potremmo avere molto da dire su questo tradimento verso il re di Gerico, che lei compì per mettere in salvo la sua famiglia, ma la Scrittura ci dice che lo fece perché aveva riconosciuto la sovranità del Signore.

Di Ruth potremmo anche non parlare, tanto è famosa la sua promessa, “Ma Ruth replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”. Questa promessa spesso è usata nei matrimoni, in realtà è fatta, cosa non da poco, da una nuora a una suocera!

Tornate assieme al paese di Bet Lehem – che conosciamo meglio con il nome di Betlemme – Ruth comincia a lavorare come spigolatrice per Booz, un coltivatore del posto che scopriremo essere suo parente alla lontana. Questi la prende in ben volere perché ha udito parlare della sua fedeltà alla suocera, e finisce con lo sposarla.

È interessante notare che una storia da “cronaca rosa” come questa è stata inserita nel canone ebraico, così come è stato inserito il Cantico dei Cantici, che, prima di un’eventuale lettura in chiave spirituale, è una bella storia d’amore di insegnamento ai giovani.

Alla nascita del figlio di Booz e Ruth, le donne dissero a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

La storia di Betsabea, che Matteo non chiama per nome, ma ricorda come “moglie di Uria”, è una storia triste fatta di meschinità e di abuso di potere, degna più degli imperatori romani (Svetonio, Vita dei cesari) che di un re di Israele.

Il re Davide, quello che da giovane fu scelto per la successione a Saul e che con un colpo netto di fionda uccise il gigante Golia, quello che ci ha lasciato gran parte dei centocinquanta salmi, fu artefice di un omicidio per riparare all’avventura di una notte, provocando la morte del marito di lei. 

Più avanti, messo di fronte all’evidenza del suo peccato dal profeta Nathan, se ne pentì, non però senza conseguenze.

L’ultima donna in ordine di tempo è Maria di Nazareth, di cui gli evangelici, per reazione a chi ne parla troppo, parlano poco.

Di lei sappiamo che era una tra le tante ragazze di Israele che speravano di dare alla luce il messia che doveva venire, per questo l’angelo Gabriele la chiama “favorita dalla grazia” e lei dice di se stessa “tutte le generazioni mi chiameranno beata”.  Tanto per chiarirci le idee gli ebrei di quel momento non avevano del messia l’idea che ci ha proposto Gesù, ma piuttosto una guida che li avesse liberati definitivamente dai Romani.

I vangeli di questa donna dicono poco. Dopo gli avvenimenti della nascita, ricordati da Matteo e da Luca, la incontriamo a Gerusalemme quando Gesù a dodici anni si mette a discutere con i dottori, alle nozze di Canan, un paio di volte assieme agli altri suoi figli a cercare Gesù, in ultimo sotto la croce e nel cenacolo alla discesa dello Spirito Santo. Di più non dice neanche l’apostolo Giovanni, cui era stata affidata se non materialmente, poiché aveva altri figli almeno spiritualmente da Gesù sulla croce e che ha scritto il suo vangelo negli anni novanta. Sarà dichiarata assunta in cielo appena nel 1951.

Ma quello che più ci interessa di lei è il suo sì incondizionato, che non va sottovalutato. Se da una parte è un sì di meraviglia e di gioia per essere stata scelta tra tutte le giovani donne d’Israele per dare alla luce il Messia, è anche un sì di completa disponibilità, “ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto tu”.

Un sì che, dopo la dipartita dell’angelo, sul momento forse le sarà pesato per le conseguenze alle quali si esponeva. Maria era già fidanzata con Giuseppe, e il fidanzamento era un contratto prematrimoniale vincolante. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a lui, non rispondere di getto. Tutte cose secondarie rispetto all’annuncio dell’angelo, ma che la mettevano fuori dalla norma.

Il comportamento di due di queste cinque donne non è proprio esemplare, Tamàr si spaccia per prostituta, Betsabea si concede a Davide tradendo il marito. Maria, come abbiamo appena visto, contravviene ad altre regole sociali. Quattro su cinque, inoltre, sono straniere.

L’insegnamento che possiamo ricavarne è che le norme quando ci sono vanno osservate, però con le dovute eccezioni.

AMOS

9 Feb

Ecco ciò che mi fece vedere il Signore Dio: il Signore stava sopra un muro tirato a piombo e con un filo a piombo in mano. Il Signore mi disse: “Che cosa vedi, Amos?”. Io risposi: “Un filo a piombo”. Il Signore mi disse: “Io pongo un filo a piombo in mezzo al mio popolo, Israele; non gli perdonerò più. Saranno demolite le alture d’Isacco e saranno ridotti in rovina i santuari d’Israele, quando io mi leverò con la spada contro la casa di Geroboamo”.
Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboamo, re d’Israele: “Amos congiura contro di te, in mezzo alla casa d’Israele; il paese non può sopportare le sue parole, poiché così dice Amos: “Di spada morirà Geroboamo, e Israele sarà condotto in esilio lontano dalla sua terra””. Amasia disse ad Amos: “Vattene, veggente, ritrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”. Amos rispose ad Amasia e disse:
“Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge.Il Signore mi disse: Va, profetizza al mio popolo Israele”.
Come rammenta anche Qohelet 3 “un tempo per tacere e un tempo per parlare” arriva il momento in cui bisogna alzare la voce e denunciare i malaffari, con garbo, legalmente, ma con decisione, anche se ci sarà chi vorrà mettere a tacere la verità volgendosi

BASTA UN ATTIMO

5 Feb

Eravamo giovani, sposati da poco, e Flavio figlio unico più giovane di noi quando litigava con i suoi genitori veniva a trovarci. Ci aveva eletto una sorta di famiglia-bis. I suoi genitori lo sapevano e ne erano contenti.

Un Natale sapevamo che sarebbe dovuto andare a Napoli ma lo incontrammo da amici comuni a Lecce, perché aveva messo gli occhi su una ragazza di lì. Gli chiesi se i suoi lo sapessero, mi disse di no, lo accompagnai a una cabina e lui candido disse a sua madre “Ciao mamma, sono a Lecce, con ardovig e Cos”, come avesse detto: “Butta la pasta che sto arrivando”.

Poi successe. Successe, che da figlio unico di genitori iperprotettivi come succede a molti, un sabato pomeriggio prese il ciclomotore del cugino, che non sapeva usare, non fece ritorno presso gli zii e lo ritrovarono il giorno dopo in un fosso.

Ricoverato al Traumatologico di Udine, quando andai a trovarlo era in un letto di quelli inclinati di 45°, ma si scusò perché non sarebbe potuto venire in campeggio con noi. “Sta come un cristo in croce”, pensai senza dirglielo “e pensa a scusarsi”.

Perse l’uso degli arti inferiori ma riuscì ad accettare il fatto e cominciò a fare dei progetti per il suo nuovo stato di vita.

Dagli amici di qua e di Lecce ricevette molte telefonate e lettere di sostegno e incoraggiamento.

Quaranta giorni dopo l’incidente ebbe un’emorragia interna e morì. All’orazione funebre, da credente, invitai a non pretendere di comprendere ma di accettare i disegni del Signore, che vanno oltre la nostra condizione umana.

Scrivo questi ricordi che non ho potuto evitare pensando a Manuel Bortuzzo, che non camminerà più la cui vita, prima della carriera sportiva, è stata spezzata da un colpo di pistola che gli è arrivato per caso.

Mi fermo qui, per me è facile perché dopo questo post mi alzerò e andrò a sedermi in poltrona, cosa che Manuel non potrà più fare.

Per quel che vale da uno sconosciuto, ti lascio un forte abbraccio, Manuel!

SULLA PROPRIETÀ

6 Dic

Riflessione prenatalizia.

Nella lingua ebraica non esiste il verbo avere, “ho una casa” sarà espresso quindi con la locuzione “una casa è a me”.

Ciò rispecchia l’insegnamento per cui l’essere umano non è proprietario, ma solo prestatario, e gli ebrei lo ricordavano con il giubileo (Levitico 25:8-17) in cui le proprietà terriere tornavano al proprietario precedente.

Basterebbe pensare qualche volta secondo la sintassi ebraica, quando diciamo “mia moglie”, “la mia compagna” o “i miei figli”, per rammentare che essi vivono di vita propria prima di essere in relazione con noi.

(Questa) moglie/compagna o (questi) figli sono a me” sposta l’enfasi dalla falsa proprietà al dono ricevuto.

DATI CATASTALI, ABUSI EDILIZI E IL SIGNOR MARIO

6 Nov

Leggo a proposito della sentenza dell’Alta corte di giustizia europea sul recupero dell’Ici da parte dell’Italia, senza entrare nel merito se riguardi solo la Chiesa cattolica o tutte le ong:

La Commissione aveva infatti riconosciuto all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le tasse non versate nel periodo 2006-2011 dato che sarebbe stato “oggettivamente” impossibile sulla base dei dati catastali e delle banche fiscali, calcolare retroattivamente il tipo d’attività (economica o non economica) svolta negli immobili di proprietà degli enti non commerciali, e calcolare l’importo da recuperare”.

Assoluta impossibilità… oggettivamente impossibile… dati catastali… e banche fiscali”, par di capire, a leggerla così, che anche i dati catastali non si incrocino con le banche dati fiscali.

Ma allora il catasto e le banche dati fiscali a cosa servono!? Capisco quindi i molti abusi edilizi, dei quali si parla in questi giorni in seguito all’alluvione di Casteldaccia, che praticamente sono edifici fantasma in quanto oggettivamente non rintracciabili e perché venga colpito dal fisco il pizzicagnolo Mario (o altro a piacere), per aver regalato un panino al figlio di un amico senza aver emesso lo scontrino di € 0,00.

Quanto spendiamo ogni anno per queste banche dati la cui utilità è, con tutta evidenza, molto ridotta?

VALORI

3 Ago

In questo mondo balordo fatto di odio e di violenza, aiutare una persona per strada o restituire un portafogli da atti normali sono diventati oggetto di notizia.

C’è da riflettere.