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RIFLETTENDO SU MATERA

18 Gen

Chi ieri sera ha visto lo stupendo documentario di Alberto Angela sui sassi di Matera forse sarà rimasto sorpreso dal fatto che delle famiglie abbiano vissuto nelle grotte fino al 1954, quando con un’ordinanza furono fatte trasferire coercitivamente nelle case popolari.

Coercitivamente perché chi teneva nella grotta l’asino o le galline non lo avrebbe più potuto fare.

Chi solo sessant’anni fa è nato in città in famiglia borghese, come si diceva allora, fin da piccolo ha saputo che l’acqua si aveva girando la manopola del rubinetto e la luce girando  la farfalla dell’interruttore di porcellana, senza porsi il problema da dove e come venissero l’acqua e l’elettricità.

Ben diverso il risveglio di chi aveva il lume a petrolio e attingeva l’acqua al pozzo o dalla cisterna e qualche mattina d’inverno doveva letteralmente rompere il ghiaccio per sciacquarsi almeno il viso, come il famoso ragazzo della via Gluck.

Non sto parlando dei tempi di Garibaldi, ma di appena settanta anni fa.

Un po’ più distanti nello spazio ma più vicini nel tempo sono i mille e cinquecento Palestinesi in Cisgiordania che vivono nelle grotte a causa delle demolizioni da parte degli Israeliani, come riporta anche David Grossman, scrittore israeliano, nel libro La guerra che non si può vincere.

Scrivo questo post nel mio studio a mio agio con 20 gradi e 50% di umidità ma pensando a tutti i conflitti nel mondo e al fatto che ci sono due uomini che hanno discusso a distanza su chi dei due avesse il bottone più grosso.

Augurandoci che tutto rimanga allo stato di battaglia verbale, penso a Matera che da città di rifugio si è sollevata tanto da essere la Capitale della cultura 2019 e alle tante Matere che, in caso nefasto, potrebbero sorgere.

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MI PIACEREBBE

4 Gen

Mi piacerebbe che, in quest’anno appena iniziato, si tornasse a dire inventare e non creare, si parlasse di consigli e non di decalogo, lasciando la creazione e i comandamenti al legittimo Proprietario, così come si evitasse di dire “salvo per miracolo”, lasciando l’idea di un Dio o distratto o che fa preferenze, “Tizio sì, Caio no”

Mi piacerebbe una maggior coerenza nel rispetto per l’ambiente, se il riscaldamento domestico dopo il traffico urbano è uno dei maggiori imputati, non si possono rilasciare deroghe per i fuochi epifanici, retaggio di una credenza si spera ormai superata ma di certo con effetti dannosi per l’ambiente.

Mi piacerebbe che il costo dei sacchetti nei mercati, oltre a chiarire se si tratta di una direttiva quindi vincolante o di una raccomandazione quindi facoltativa, venga riassorbito dall’accisa della guerra in Abissinia del 1935. Perché gli italiani, o almeno io, sono stufi di pagare gabelle di qua e di là senza che ne sia chiarito lo scopo, anche perché la salvaguardia dell’ambiente non riguarda solo il Mezzogiorno, decreto legge nelle pieghe del quale è stato inserito.

Mi piacerebbero altre cose, ma facciamo un po’ alla volta.

SCORRERE DEL TEMPO

31 Dic

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In lingua inglese ciò che è trascorso anche da un secondo si esprime al passato remoto e in lingua ebraica non esiste il tempo presente, che si esprime al futuro. La vita è fatta di attimi, come il carpe diem latino.

Teniamone conto, mentre facciamo programmi e progetti per i prossimi 365 giorni.

 

L’ALTRO ASPETTO DEL NATALE

25 Dic

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Non riguarda tanto chi non ti ha fatto gli auguri ma quanto chi ti ha mandato un  messaggio di auguri dopo che non si è fatto vivo tutto l’anno o, peggio, coloro che ti hanno inserito in una lista e li hanno mandati a tutta la loro rubrica, praticamente mandandoli non a te ma al tuo numero.

 

BAMBOCCIONI, GENITORI E NONNI

24 Dic

“FIGLI, DA BONUS BEBE’ A RAGAZZI LAVORATORI – L’assegno per i nuovi nati da 80 euro al mese viene rinnovato per il 2018 ma solo per il primo anno di vita del bambino. E’ destinato alle famiglie con un reddito Isee sotto i 25.000 euro l’anno. Dal 2019 sale invece a 4.000 euro il tetto di reddito entro il quale i ragazzi fino a 24 anni che lavorano sono considerati ancora fiscalmente a carico della famiglia”. (da Repubblica.it, enfasi mia).

Io ho cominciato a lavorare a 24 anni con uno stipendio che, se non mi permetteva di comperare casa mi permetteva di prenderla in affitto e vivere autonomamente.

Con questa decisione il Ministero delle Finanze ha di fatto preso atto che la paga normale di un ventiquatrenne è di € 307,69 (calcolato su tredici mensilità), di certo insufficiente per l’autonomia finanziaria e per “metter su casa”, come si diceva una volta.

Quindi essere bamboccioni, come inopportunamente il ministro Tommaso Padoa Schioppa definì i giovani italiani il 4 ottobre di dieci anni fa, non è una scelta ma un obbligo di sopravvivenza.

Ciò che però non trovo nella Legge di stabilità sono gli incentivi per l’assunzione degli over 35 rimasti senza lavoro e gli sgravi fiscali per i genitori e i nonni, e sono tanti, che sostengono i figli con parte dei loro stipendi e pensioni.

Che questa realtà sia sfuggita al ministero?

C’è ancora qualcuno che si scandalizza per gli inviti ai giovani a lasciare questo Paese?

L’OMBRELLAIO

24 Nov

I nonni, ma non solo loro, ricorderanno di quando passava l’arrotino con il suo carretto tuttofare e la sua cantilena di richiamo con parole non sempre riconoscibili perché contava il suono, non ciò che diceva.

Tracce di questo servizio ambulante sono rimaste nei paesi dove, con mezzi più grandi e più attrezzati, girano per le strade i fruttivendoli e le massaie escono di casa in ciabatte e portafogli in mano, richiamando un’immagine da “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi.

In una delle mie giornate al mare dell’estate scorsa all’improvviso udii l’annuncio “Ombrelli, si riparano ombrelli!”. Visto che in cielo non c’era una nuvola neppure a pagarla, pensai ad un avviso tra ambulanti abusivi, come il “Piove!” di Roma e conseguente fuggi fuggi quando qualcuno di loro vede arrivare la polizia.

Invece no, riparava proprio ombrelli, però non quelli da pioggia ma per ripararsi sole. Se avesse gridato “ombrelloni”, avrei capito subito.

Difetto di comunicazione o lacuna mia, che vado al mare uno o due giorni all’anno proprio perché si deve?

LETTURA, STUDIO, PRATICA

19 Nov

Il merito di Martin Lutero fu di ricordare all’umanità che la Parola di Dio non è proprietà esclusiva di qualcuno ma è disponibile a tutti. Tanto per essere chiaro ne fece la prima traduzione in tedesco, seguito poco dopo da altri nelle loro lingue nazionali.

Il concetto di libero esame, dove libero vuol dire senza interpretazioni di parte, non può essere messo in pratica senza conoscere ciò che si deve esaminare.

La Parola di Dio va copiata, va letta, va studiata, va messa in pratica.

Va scritta, nel senso che, a cominciare dal re, ogni uomo doveva trascrivere una copia ad uso personale (Deuteronomio 17:18). Questa fase è ormai superata. Una copia della Bibbia si trova ormai a poco prezzo, ma resta l’ammonimento ad averla sempre a portata di mano, magari scaricata gratuitamente sullo smartphone.

La lettura della Bibbia, invece, non è un fatto secondario. È una cosa da fare con costanza, da fare da soli prima che in comunità. A prima vista può sembrare banale, superflua, anche perché subito dopo parleremo del fatto che la Parola va studiata. Leggere la Bibbia non è un atto liturgico, di abitudine, al contrario è una pratica che aiuta a “farla nostra”, a considerarla parte della nostra vita. Da molto tempo, per non disturbare chi ci sta vicino, non leggiamo più ad alta voce. Provate a farlo e ne gusterete i vantaggi, primo tra tutti quello di saper leggere in un’assemblea senza difficoltà. Come tutte le cose nuove richiede esercizio e applicazione.

Ricordiamo poi che è ispirato il testo, non le sue traduzioni e che nella nostra copia personale possiamo cambiare le parole difficili senza tradire il testo, salvo che non siano significative. Può essere utile per esempio cambiare fanciulla in ragazza o talamo in letto, per citare due parole che non usiamo più.

Gli ebrei dividono la Torah (che noi chiamiamo Pentateuco) in cinquanta parti da leggere durante il corso dell’anno. È interessante che, quando arrivano all’ultimo brano del Deuteronomio, finiscono la lettura con l’inizio della Genesi, per indicare continuità di una lettura senza interruzione.

Lo studio della Scrittura prima che comunitario deve essere personale. Delegare ad altra persona questo compito è rinunciare alla libertà che abbiamo di andare direttamente alla Parola di Dio ma è anche venir meno alla responsabilità che ogni singolo credente ha di confrontarsi con essa. Non si tratta di mancare di fiducia a nessuno.

L’applicazione nella vita pratica della Parola di Dio sembra non aver bisogno di commenti. La Parola di Dio è valida oggi come ieri. Un po’ più difficile potrebbe sembrare il suo confronto con i problemi di oggi. Per questo motivo bisogna studiarla e ricavarne non le indicazioni precise, che non ci sono, ma dei principi, che come tali sono sempre validi anche se la loro applicazione sarà diversa tra dieci o venti anni.

La Bibbia non è un testo monolitico. Va letta tenendo conto degli stili degli scrittori e dei generi letterari.

Non si può farne una lettura letterale perché il primo intoppo lo troviamo già in Genesi quando è detto che il Signore “prese l’uomo e lo mise nel giardino di Eden” oppure “poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno”.

Un errore che fanno gli ebrei è la proibizione che si sono imposti di pronunciare il tetragramma YHWH, senza considerare che la proibizione di pronunciare il nome di Dio è limitata alla pronuncia inutile, vana, e di certo la lettura della Bibbia non lo è.

Ragionando di queste cose gli ebrei prima e i cristiani del primo secolo dopo non si ponevano il grosso problema della società attuale di non avere tempo. Non è questione di non averlo, ma di non trovarlo.

È un tema che non affronto neppure, provate ad immaginare la vita quotidiana di una persona di allora, e vedrete che non era meno indaffarata della, ma avevano messo la Parola di Dio, nella teoria della lettura e dello studio e nella pratica della vita al primo posto.

Tutto, ma proprio tutto, era secondario e conseguente.