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ESSERE COMUNITÀ

4 Giu

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Il termine chiesa deriva dal greco ἐκκλησία e non si riferisce al luogo di culto ma vuol dire radunanza, comunità. Prendo a prestito queste parole del filosofo polacco Zygmunt Bauman, morto lo scorso gennaio, perché purtroppo ben si applicano a molte chiese del cristianesimo di oggi, per le quali, anche se non lo ammettono, conta più il numero e l’apparenza che la sostanza, l’essere chiesa, appunto, dimenticando la promessa di Gesù, “Dovunque due o tre – non duemila o tremila, ventimila o trentamila – sono riuniti nel mio nome sono in mezzo a loro”.

La chiesa, come Gesù disse alla samaritana al pozzo, e come ribadì l’apostolo Paolo agli ateniesi, non è l’edificio, ma i credenti che si incontrano, cosa che potrebbero fare lì come in qualsiasi altro luogo, anche in campagna sotto un fico. Gesù che, non dimentichiamo, era un ebreo e frequentava il tempio di Gerusalemme, ma predicava dovunque trovasse persone con il cuore aperto, come nel famoso sermone sul monte.

Chiesa non è quella che pretende di avere l’esclusiva sulla Verità, vuoi perché per molti secoli ha proibito la lettura delle Scritture, vuoi perché pretende di essere l’esclusiva proprietaria della sua interpretazione. Ispirate sono le Scritture e non questa o quella traduzione e questa o quella interpretazione.

La chiesa non è una realtà statica ma al contrario è fortemente dinamica che, già nell’incontro e nello scontro tra la cultura ebraica e quella greca, ha saputo scendere a un compromesso – compromesso non è una brutta parola – del quale è rimasto solo il divieto dei disordini sessuali.

Gesù non ha detto ai suoi discepoli di andare per il mondo a fondare chiese, ma a convertire le singole persone.

In quest’anno in cui ricorre il cinquecentenario della Riforma, momento storico, che dopo Pietro Valdo e Francesco d’Assisi per citare due persone famose, ha dato un nuovo slancio al cristianesimo, è bene ricordare che l‘ecumenismo che rispetta la differenze non può essere oggetto di trattati calati dall’alto o accordi stretti dai vertici di organizzazioni ma si realizza dal basso, con i gesti di ogni giorno, mettendo in pratica il grande comandamento “Amerai il tuo Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo come te stesso”. Tutto il resto ne è una conseguenza.

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PASQUA (2017)

16 Apr

Orsù, andate a dire ai suoi discepoli che egli è risorto”.

Ciò che è stato prima e ciò che è stato e sarà dopo sono in funzione di questa verità.

A COME ALTAMURA, B COME BETLEMME

11 Apr

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(Per dare un senso alla Pasqua che non sia di cioccolato, come vuol farci credere la pubblicità).

Forse un gesto scontato nella parte ricca del mondo del ventunesimo secolo è quello di comperare il pane, al forno ma molto più spesso al supermercato come un genere alimentare tra gli altri. Poniamo attenzione, almeno chi lo sa fare, ai diversi vini da accompagnare alle pietanze senza pensare che dovremmo farlo anche con i diversi tipi di pane.

Noi di città conosciamo poco il pane, al più, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore che esce dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane si conservava fresco per più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono  tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Qualcuno ricorderà i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri, dai tempi antichi fino a settanta/ottanta anni or sono, andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale la donna era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta/ottanta anni  or sono nel primo anno di matrimonio le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda, in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi, si dirà oggi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Di pane ci parla Dante Alighieri nel canto decimosettimo del Paradiso,

«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale»

perché, per tradizione, a Firenze il pane tuttora è insipido.

Di pane ha scritto Ignazio Silone nei suoi romanzi Pane e vino e Il seme sotto la neve, richiamandosi alla frase di Gesù “Se il seme non muore non può dar frutto”.

Il pane è presente nella nostra cultura nell’espressione, ora un po’ in disuso “Portare il pane a casa”, procacciare il sostentamento per la famiglia con l’onesto lavoro.

Il pane ha sempre avuto un significato simbolico. Le nonne del dopoguerra dicevano che il pane non si butta. In termini moderni si ricicla come pane grattugiato, ingrediente delle polpette dei poveri, degli gnocchi di pane triestini e dei canederli altoatesini, bagnato nell’acqua, cibo per gli animali da cortile

Quello di spezzare il pane ormai è un gesto perduto, vuoi perché lo si affetta vuoi perché molti tipi di pane sono a consumo personale, ma in tempi andati aveva una valenza molto forte, quella di uno stare assieme, un essere parte di uno stesso corpo. Veniva generalmente spezzato dal capofamiglia, quando il desco serale era un momento di unione della famiglia.

È stato spezzato da Gesù e distribuito ai suoi, assieme al vino passato nell’unico calice, a simboleggiare il suo corpo e il suo sangue. Simboleggiare, perché come leggiamo in Giovanni al capitolo 6 (quello di Giovanni è l’unico vangelo che non riporta l’ultima cena) gli ebrei l’avevano inteso in senso letterale e ne erano rimasti scandalizzati perché erano contrari al cannibalismo.

È nel ricordo dell’ultima pasqua ebraica, alla quale Gesù ha dato un significato nuovo, da passaggio del Mare dei Giunchi a passaggio dalla morte alla vita, che le comunità cristiane spezzano il pane e bevono assieme il vino.

Molti conoscono, spesso solo  per le sue imitazioni commerciali, il pane di Altamura, in Puglia, atto ad essere conservato e spezzato a tavola, pochi però sanno che il nome di Betlemme, la città di Davide e della nascita di Gesù vuol dire “Casa di pane ”. בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Leḥem].

LETTURE DOMENICALI

25 Set

Oltre a quelli già segnalati tempo fa, un buon testo per leggere il cristianesimo “al femminile”, che non è contrario di “al maschile”, ma per utile far emergere la sua storia e le figure di donne che hanno contribuito a formarlo ma che, in quanto donne, sono state emarginate e il loro pensiero taciuto.

Per riflettere, senza preconcetti.