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OBBLIGO DIRITTO

13 Lug

Obbligodiritto

L’Italia è tristemente famosa per la sua pessima segnaletica stradale, tra le perle della quale brillano il cartello “TUTTE LE DIREZIONI” che non vuol dire niente se non in alcuni casi l’invito a non andare a sbattere contro il muro di fronte, e il segnale di limite di 50 k/ora ad ogni ingresso in autostrada con la didascalia solo in italiano “IN CASO DI NEBBIA”, che certo qualche perplessità suscita nel turista straniero che non capisce la nostra lingua. In altre nazioni i cartelli autostradali sono corredati dalla didascalia in inglese, in Italia ho visto solo il segnale sui pannelli a messaggio variabile “LAVORI IN CORSO – MEN AT WORK”.

Ecco a voi l’”OBBLIGO DIRITTO”, che, oltre ad essere un ossimoro (o vige un obbligo o vige un diritto), presumibilmente vuol rafforzare il divieto di svolta a destra già segnalato dal cartello stradale (freccia bianca in campo blu rotondo). Stati Uniti a parte, che usano pochi simboli preferendo la comunicazione scritta come fanno anche sulle monete dove il valore è espresso solo in lettere, la filosofia dei cartelli stradali, al pari delle icone su computer, tablet e smartphone, è di essere subito riconoscibili e con un messaggio univoco. A farne le spese fu un negozio, la cui esperienza è entrata nei manuali di e-commerce, che per essere originale nel suo sito di vendite on line anziché il carrello mise un’altra icona poco compresa dai potenziali clienti.

Tornando al cartello, esso è corredato da quattro segnalazioni, oltre al “titolo” di cui ho già detto. Per conformità anche gli orari dei giorni feriali e domenica e festivi avrebbero dovuto essere preceduti dalle icone standard come le altre. Di certo non è chiara la spiegazione dell’icona carico e scarico perché giuridicamente non esiste la residenza di un esercizio commerciale.

L’istituzione pubblica, l’ufficio tecnico di un comune in questo caso, deve porre la massima attenzione nell’emettere dei comunicati che sotto gli aspetti formale e sostanziale non si prestino a interpretazioni non volute dal legislatore.

L’augurio, che però non giustifica l’errore, è che qualcuno faccia caso che sulla strada come nella vita gli obblighi vengono prima dei diritti, ma questa è un’altra storia.

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PAROLE IMPRONUNCIABILI?

31 Mag

Oggigiorno, salvo che in qualche ambiente, si può parlare di tutto nei termini corretti e nei momenti giusti, anche con i bambini, basta farlo con linguaggio e esempi rapportati alla loro età. Le figlie adolescenti di un mio amico, che lui chiamava “aspiranti donne”, un giorno gli chiesero perché non esiste un “linguaggio da tavola” per gli organi sessuali, una via di mezzo tra lo scientifico e il volgare. Gli adolescenti ci guardano e soprattutto riflettono, anche se molti non lo ammettono volentieri e sta a noi adulti trovare il giusto canale di comunicazione.

Nuovi termini sono entrati per la crudezza della realtà quotidiana, alcuni nuovi come femminicidio e stalking, altri già esistenti ma poco usati come stupro. Termini che rammentiamo anche nei pochi giorni in cui non accade nulla non per non dimenticarcene, ma come atto di accusa verso una società incapace che permette questi gesti.

Qualche anno fa il programma di un teatro era espresso tutto in italiano, compreso il Tristan und Isolde di Richard Wagner tradotto Tristano e Isotta, con la sola eccezione di The Rape of Lucretia, opera minore di William Shakespeare, forse perché chi l’aveva composto avrà pensato che la traduzione letterale “Lo stupro di Lucrezia” mal si addiceva alle locandine e ai cartelloni 150 x 200 davanti al teatro, forse dimenticando l’esistenza del titolo in italiano, più leggero nei termini ma uguale nella sostanza, “Lucrezia violata”, con cui l’opera è conosciuta in italiano.

Se non che quell’unico titolo in inglese in un cartellone tutto in italiano come spesso accade ottenne l’effetto delle stonature che attraggono l’attenzione, come in quei servizi televisivi nei quali schermano nell’audio o nella didascalia alcune parole ben comprensibili dal contesto.

Un po’ come La scritta invincibile raccontata da Bertold Brecht.

IL CAPITANO MARIA

22 Apr

Pare proprio che in Rai, emittente di servizio pubblico, non riescano a declinare i sostantivi al femminile.

Dopo la fiction Romanzo famigliare e il primo episodio dell’undicesima serie di Don Matteo, in cui la capitana dei carabinieri si presenta al maschile, il 7 maggio prossimo la Rai ci proporrà Il capitano Maria, che a suo modo racconta la storia della comandante dell’Arma dei Carabinieri Maria Guerra.

Pare proprio che la Rai sia rimasta negli anni ‘50 nei quali Dino Risi produsse la fortunata serie “Pane, amore e…” e in cui la ragazza di paese per il suo comportamento mascolino che metteva in imbarazzo il giovane appuntato veneto, era chiamata scherzosamente “la marescialla”.

Scherzosamente, perché negli anni ‘50 non c’era il servizio militare femminile, ma soprattutto perché il femminile nelle cariche istituzionali non era usato.

Settant’anni dopo per la Rai, così come per molti giornali che bene, o come in questo caso, male influiscono il loro pubblico meno attento, il femminile nelle cariche istituzionali continua a non esistere, nonostante da più parti e in diverse forme sia stata fatta notare questa lacuna.

Oltre al palese errore grammaticale della mancata concordanza di genere – provate a dire “Il mio amico Maria” – non voler riconoscere il femminile nell’indicazione nelle cariche istituzionali è una forma di violenza di genere in quanto annulla la specificità femminile e sottintende la sottomissione della donna.

A PROPOSITO DEI CONGIUNTIVI

11 Apr

A scrivere di comunicazione sorge sempre il dubbio di cadere in banalità, perché son cose dette e ridette, ma sembra ci sia sempre qualcuno pronto a puntare il dito.

Dividiamo idealmente l’Italia in tre zone, come si fa per le previsioni meteorologiche, Nord, Centro e Sud. Avremo

  1. contadino

  2. cafone

  3. villano

Al di là del significato proprio di “coltivatore della terra”, i tre termini fuori dai rispettivi territori sono usati per indicare una persona sgarbata.

Propongo spesso questo esempio per far notare come, senza ricorrere ai cosiddetti falsi amici, termini simili per grafia o pronuncia che cambiano significato da una lingua all’altra – come il famoso education in inglese che non vuol dire educazione ma istruzione – abbiamo seri problemi di comunicazione nell’ambito di una stesso popolo (gli svizzeri italofoni hanno altre peculiarità).

Chiunque si occupa direttamente o indirettamente di comunicazione sa o dovrebbe sapere che non sempre ciò che A dice è percepito da B allo stesso modo, anzi! Così come dovrebbe conoscere i consigli di don Lorenzo Milani e aver letto il suo Lettere a una professoressa.

La semplificazione linguistica, che ha cancellato referto sostituendolo con risposta, ha ottenuto l’effetto di appiattire il livello medio di conoscenza e conseguente uso della lingua anziché elevare il livello medio della cultura.

Quasi tutti più o meno inconsciamente usiamo tre registri linguistici

  1. un livello alto, spesso contenente termini tecnici relativi a una data professione, usato nelle relazioni scritte o nei discorsi

  2. un livello intermedio, usato nella cosiddetta vita di tutti i giorni

  3. un livello basso, spesso senza alcun rispetto della grammatica e della sintassi, come quello usato troppo spesso nella messaggistica elettronica dove po’ diventa tristemente pò.

Tempo fa un mio interlocutore mi interruppe chiedendomi il significato di un termine assolutamente non tecnico che a me pareva di uso comune. Glielo spiegai, ma poi mi fermai a pensare a quanto analfabetismo di ritorno si sta imponendo nella nostra società che per i motivi che tutti conosciamo si è ridotta a usare un vocabolario molto ristretto.

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi, spesso effimeri che durano quanto un dente di leone, o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono o non ci saranno più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare come è successo a me

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e com-passione). Altre mutazioni hanno una più o meno velata ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale. Per la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba ma anche con l’italiano siamo messi male con il lùnedi e avanti fino a vènerdi.

Ciò mi rammenta tre episodi significativi.

Ero in una stanza dove un giovane nigeriano che parla italiano stava dando ripetizioni di fisica a un ragazzo italiano. Durante tutta la lezione, evidentemente senza rendersene conto, usò therefore in inglese anziché perciò in italiano e io mi chiedevo se il ragazzo italiano ne conoscesse il significato.

Durante una gita osservai una ragazzina delle medie, Jennifer, che parlava in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi colpì non furono i suoi ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Si racconta che il sindaco di Buje una volta italiana e ora in Croazia all’apertura di un incontro di lavoro trilaterale tra comuni del litorale adriatico croati, italiani e sloveni, dopo i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti), dimostrando tra l’altro che in alcune occasioni la praticità vale molto più del protocollo.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava essere licenza poetica, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente una delle poche eccezioni negli articoli è gli anteposto a  dei, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua “-volversi”. Se “e-“ o “in-“, però, è tutto da discutere.

DOMENICA

29 Ott

Domenica, dal latino dies dominici, giorno del Signore, nella tradizione cristiana rammenta la resurrezione di Gesù Cristo.

C’è chi la chiama in altro modo, come per esempio l’inglese Sunday, giorno del sole.

Libertà è anche tener conto e rispettare le differenze.

ANGLICISMO O ERRORE?

27 Ott

Nel giorno in cui è posto in vendita il libretto “L’italiano e le lingue degli altri”. “Fun, gender, coach. Quando l’inglese ha la meglio sull’italiano. Tra bilinguismo e identità”, con particolare riferimento ai termini inglesi entrati di prepotenza nel parlar comune complici il governo e la pubblicità, in un articolo sul medesimo quotidiano che lo offre in allegato una giornalista usa il termine libreria per scrivere di una biblioteca (In inglese library). Un po’ come spesso è scritto educazione (dall’inglese education) per intendere istruzione.

La libreria è l’esercizio commerciale che vende i libri e, ultimamente, l’educazione è merce sempre più rara.

A PROPOSITO DI RAZZE

23 Ott

Nella rubrica “Pronto soccorso linguistico” di 1 Mattina in famiglia di Rai1, il professor Franco Sabatini (1h 50′ 43″) ha rammentato come su iniziativa dell’Università di Pavia sarà portata in Parlamento la richiesta di cancellazione della parola “razza” dall’articolo 3 della Costituzione in quanto, dal punto di vista scientifico, esistono le specie ma non le razze.

È una richiesta lecita, per togliere un’altra divisione che di fatto non esiste. Le “leggi razziali” furono emanate il 18 settembre 1938, con le conseguenze che sappiamo. Forse per questo motivo i padri costituenti citarono esplicitamente la razza tra gli elementi che non possono essere usati come discriminazione tra i cittadini.

Scientificamente, dunque, la “razza” non esiste e l’impegno, in questo particolare momento storico, dev’essere quello di considerare e educare a farlo, i bianchi, gialli, rossi o neri come appartenenti a pari titolo alla stessa specie umana, così come è sempre attento l’impegno a eliminare le altre discriminazioni.