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FISCHIANDO “IL” ZAPPATORE

13 Lug

Non parleremo dell’abuso dell’inglese nella lingua italiana o dell’imminente scomparsa del condizionale. Di questo i francesi hanno già preso atto e non ne sentono la mancanza, di quello ne parlano in troppi quasi tutti i giorni, senza concludere gran che. Potremmo parlare della reintroduzione della k, quasi imposta per comprimere i twitt nei fatidici 140 caratteri. Reintroduzione perché era presente nella nostra lingua ai tempi del Placito di Capua (il famoso kai ke kelle terre, per intenderci), e qualcuno rammenterà che il suo uso fu ripristinato con un Dpr che determinava l’esatta grafia della parola kilometro nei documenti tecnici, a differenza di chilometro in quelli letterari. Salva la conseguenza che molti studenti trasportano la k e le abbreviazioni da ai compiti in classe. Ma anche questa è storia vecchia, com’è vecchia la storia del garibaldino “Bixio” prunciato “Biperio” a un esame.

È noto anche che le varie tastiere, che trent’anni fa erano relegate alle dattilografe ed ora sono il principale mezzo di calcolo e di accesso all’informazione e alla comunicazione, hanno quasi fatto dimenticare la scrittura a mano, non solo quella con la stilografica che già era di élite, ma anche quella con la più popolare biro. Ormai anche le poche lattaie rimaste fanno di conto con la calcolatrice e, quanto allo scrivere, molte persone soprattutto giovani, non vanno più in là di un appunto: già il testo della lunghezza di un A4 sembra richiedere l’apertura di un programma di videoscrittura. Questa abitudine è un’ulteriore fonte di impoverimento culturale perché la facilità di variare il testo, con la cancellazione, il “copia e incolla” e l’eventuale passata del correttore automatico, fa sì che chi scrive non presti più l’attenzione che era necessaria nei manoscritti.

Potremmo continuare evidenziando come l’elettronica faccia pian piano scomparire, oltre ai manoscritti originali e le relative correzioni, anche i carteggi, che ci hanno fatto conoscere le relazioni tra due persone, pensiamo per esempio a quello tra James Joyce e Italo Svevo: le email di solito non vengono conservate e, una volta cancellate dal server e dal client, non ne rimane traccia.

Parleremo invece di Jennifer, dodicenne, che in treno mi ha chiesto come mi chiamo. La cosa non mi ha sorpreso, perché già anni or sono un’altra Jennifer, questa volta americana, mi chiese il nome prima di salire in canna alla mia bicicletta dicendomi tanto gentilmente quanto fermamente: “You know, Mum doesn’t let me talk to strangers!”.

Jennifer, dicevo. Una ragazzina vivace che poi ha continuato a parlare in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi ha colpito non sono tanto i ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale, frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Ormai l’italiano non è insegnato più come una volta, detto non in senso nostalgico. Volendo possiamo fare anche distinzione tra i vari tipo di italiano parlati lungo lo stivale, da quello omologante delle reti televisive nazionali (l’Albania era un Paese povero, ma ricco di parabole sulle finestre e nei loro sbarchi nei primi anni Novanta gli albanesi che arrivavano furono distinti, in “immigrati Rai” e “immigrati Mediast” a seconda dei programmi guardati, altro che Turco-Napolitano o Bossi-Fini, a quello romaneggiante dei serial televisivi fino a quello buono di Milano, capitale italiana del commercio, oltre che della moda.

Una lingua, come un dialetto, è una realtà dinamica, soggetta a variazioni nel tempo e nello spazio, al punto che la stessa parola può avere un significato primario diverso da una città all’altra, con il conseguente rischio di qualche gaffe. I dialetti sono la parte viva del nostro linguaggio, il nostro abito casual. Alcune espressioni del napoletano sono intraducibili, e incomprensibili da altri, perché sono frutto di una ancestrale realtà quotidiana propria del luogo, così come è interessante verificare la trasformazione del dialetto veneto, con le sue differenze di pronuncia e di vocaboli verso est fino alle cittadine dell’ex Istria italiana. A proposito dell’Istria, si racconta che il sindaco di Buje all’apertura di una riunione di lavoro trilaterale tra Croazia, Slovenia dei comuni del litorale adriatico, conclusi i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti).

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono, o non ci saranno, più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa, come casigliano, desueto e simili in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare.

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre, se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e agàpe). Altre mutazioni hanno una chiara ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale, con la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba. Un noto giornalista televisivo saluta i suoi spettatori con un “Arrivederci a martedì prossimo”. Fa piacere udire qualcuno che saluta con il martedì e non con l’ormai omologato màrtedi.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava esser “licenza poetica”, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente l’unica eccezione negli articoli è “gli dei”, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua seguire i cambiamenti che la società le impone, se in meglio o in peggio, però, è tutto da definire, e non aspettatevi che citi il “Cinque maggio” del Manzoni.

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PERCHÉ “CARTA DEI DIRITTI IN INTERNET”

18 Ott

Alla Camera dei Deputati è iniziata la discussione della Commissione di studio sulla tutela dei diritti in Rete.

Una legge o regolamento dello stato deve essere per sua natura comprensibile a tutti, chiamarla con un termine straniero (Bill of Rights) già nel titolo sarebbe un venir meno a questo obbligo.

“Internet” ormai è un termine consolidato anche nella lingua italiana, tanto è vero che a differenza di “Intranet”  si usa scriverlo anche con la i minuscola come “aspirina” che, oltre ad essere un marchio registrato della Bayer, identifica colloquialmente anche i farmaci generici con il medesimo principio attivo. Internet identifica quella realtà specifica, mentre Rete sarebbe più generico (rete di relazioni o altro). Ci sono invero  altri termini inglesi che in italiano sono ormai consolidati, per esempio “mouse”, che gli spagnoli preferiscono chiamare “raton” (topo), e che chi è interessato a questo regolamento quasi certamente conosce. Italianizzarli sarebbe un esercizio di sciovinismo linguistico.

“Carta”, come legge o regolamento, non si rifà all’inglese “card” che usiamo per esempio per le “carte di credito”(che in realtà sono di plastica) ma alla più antica “Magna Charta”, in italiano Magna Carta, rilasciata ai baroni dal re Giovanni d’Inghilterra il 15 giugno 1215 che essendo un atto bilaterale, ben si confà alla regolamentazione di internet, perché se da una parte essa sarà regolamentata dallo Stato nessuno, almeno per ora, è obbligato ad usarla.

Buon lavoro alla Commissione!

(post ri-proposto, ovviamente)

COSE CHE ALLA ROVESCIA FUNZIONANO

10 Ott

Una peculiarità della lingua spagnola è costituita dai i segni di interpunzione interrogativo e esclamativo “rovesciati” all’inizio di una frase ¿ ¡ .

In italiano non si usano, ciò nonostante possono essere molto ultili nella redazione degli appunti personali per un discorso, per non trovarsi a fine frase con un’intonazione di voce sbagliata.

 

MATITA GIALLO VERDE

4 Ott

Da Web editor dell’Intranet aziendale istituii la rubrica “Consigli di scrittura” perché, senza offesa, non è vero che tutti gli ingegneri sanno scrivere in italiano.

Non potendola chiamare “Matita rosso-blu”, che è riservata ai maestri, la chiamai “Matita giallo-verde”. La rubrica fu apprezzata e frequentata.

Al momento della pensione, tra baci, abbracci e regalini, trovai una matita da maestro perché, mi disse la collega, “Ho cercato in cinque cartolerie e giallo-verde non l’ho trovata”.

Eccola qua.

gialloverde

 

Facile, no?

IRENE

24 Set

Irene, è un nome femminile di origine greca, che per il suo significato mi piace molto.

Era il nome della dea greca della pace, ed è spesso usato dall’apostolo Paolo nei suoi saluti, come nella sua lettera ai Filippesi

“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”.

χάρις [ὑμῖν] καὶ εἰρήνη “grazia e pace”, un binomio che non dovrebbe mai mancare, ma a cui purtroppo di questi tempi pochi pensano

MARGHERITA

29 Ago

  1. Margherita → Ita – Ida → Iii… La riduzione o il cambio di un nome in Puglia sono quasi un obbligo, dove “Iii…” non è esclamazione di stizza come potrebbe sembrare, ma proprio di riduzione ai minimi termini, chiamando la persona da lontano. Un’abbreviazione molto più comune del nome, invece, è Rita.

  2. Margherita di Savoia, ormai più che per essere stata regina d’Italia, è nota per il Viale Regina Margherita a Roma, dove ha sede l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) e con alternanza di affermazioni e smentite la pizza a lei attribuita, quella da € 3,50 o, se al taglio, è spesso in abbinamento con la bevanda gasata al caramello di cui non facciamo il nome. Il riferimento pugliese lo troviamo nella Riserva riserva naturale Salina di Margherita di Savoia, nella provincia di Barletta – Andria – Trani (venite donne, tutta roba bella… non era più semplice quando capoluogo di provincia era una città sola?…fortuna che in ottobre spariscono). Prima in Italia e seconda in Europa con un’estensione di 3.871. Trattandosi di sale sconsigliata alle persone ipertese.

  3. Margherita di Danimarca (Margrethe Alexandrine Þórhildur Ingrid), che con quattro nomi non può che essere regina

  4. Margaret Hilda Roberts Thatcher, prima ministra del Regno Unito, amata da alcuni e odiata da (molti) altri, chiamata the Iron Lady (Lady di ferro) per il rigore del suo governo, figura al femminile non ancora ricoperta in Italia

  5. Marguerite Yourcenar, scrittrice francese il cui motto era “la libertà basta volerla”, ci ha regalato quel capolavoro di letteratura che in italiano conosciamo come Memorie di Adriano, e che andrebbe letto da tutti almeno una volta nella vita, per capire un po’ di più della storia dei romani, con tutto rispetto per Asterix di René Gocinny e Albert Uderzo che ce l’hanno ha fatta vedere da un altro punto di vista.

  6. Margarita P., una mia collega argentina, che mi ha fatto conoscere il Sud America che ora va tanto di moda con papa Francesco e i Mondiali (che in italia tra un po’ opportunamente dimenticheremo) prestandomi Patagonia Express, e soprattutto Luis Sepúlveda, cileno autore anche di La gabbianella e il gatto, il gatto e il topo e la lumaca, e Il potere dei sogni, “Perché”, come dice l’autore, “solo sognando e restando fedeli ai sogni riusciremo a essere migliori e, se noi saremo migliori, sarà migliore il mondo.” e scusate se è poco. Di sinistra, può non essere condiviso, ma allora dimenticatevi anche Il postino di Neruda, di Antonio Skármeta, con Massimo Troisi.

  7. Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, che se volete andate a leggere la presentazione su ibs.it perché mi sono dilungato già abbastanza con Yourcenar e Sepúlveda

  8. Margherita, che come tutte le canzoni di Riccardo Cocciante (e di tutti gli altri), può piacere o meno.

La lista è ovviamente incompleta.

I toponimi con Santa Margherita, ovviamente si sprecano, a cominciare da quello forse più famoso di Santa Margherita Ligure.

Margherita è il nome italiano del fiore che tutti conosciamo, legato al giochino del “m’ama non m’ama”, che con quel vulgare nel suo nome scientifico Leucanthemum vulgare, perde metà del suo fascino.

Ciò che forse molte e molti non sanno è che il nome Margherita non deriva dal fiore ma dalla parola greca μαργαριτης /margarites/ che significa perla e con ciò assume tutto un altro significato, ammesso che nel nostro tempo ci sia ancora chi fa caso al significato di un nome prima di imporlo.

EUFEMISMI?

10 Ago

Sono passati ormai ventinove anni dalle raccomandazioni di Alma Sabatini sull’uso non sessista della lingua italiana e ancora di più dal libro di Nora Galli de’ Pratesi Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo del 1969, in cui l’autrice seleziona e spiega quei termini che hanno assunto una valenza di sacro, sessuale, volgare, o comunque da non usare correntemente, e ne enumera gli eufemismi, cioè le parole simili dal significato meno diretto dalle origini più disparate perché perché spesso passano per i dialetti, dal più comune “cavolo” al toscano “Maremma”, tra le quali il farsi un mazzo, usato nel suo profilo Istagram da Federica Pellegrini esprimendo la sua delusione per il quarto posto “Un conto troppo salato, dopo che mi sono fatta un mazzo così. Fa tanto male che non potrei descriverlo!”. Ora, il profilo Istagram di Federica Pellegrini è un fatto privato, ma lei è un personaggio pubblico, almeno fino alla chiusura delle Olimpiadi. Non seguo le Olimpiadi, né critico lei in particolare, l’espressione potrebbe essere sta scrita da un uomo. La prendo come spunto di riflessione.

Le brutte parole… perché, da genitori diciamo di non dirle ai nostri bambini-spugna che quando te ne scappa una te la ripropongono quando meno te l’aspetti, e ci sentiamo liberi di usarle una volta diventati adulti?

A Trieste c’è una fontana che emette uno spruzzo a colonna molto alto e il mio nipotino di tre anni, ancora incerto con le parole, se ne uscì davanti a tutti esclamando, “La grande puttana”, volendo dire fontana  suscitando l’ilarità di molti. Da qualcuno, un colloquio tra adulti, avrà appreso quel termine senza ovviamente associarlo a un significato preciso.

Ci sono i paladini della satira ad oltranza, del si può e si deve dire tutto e ci sono gli altri più cauti.

Gli americani applicano ai polacchi le stesse barzellette che noi diciamo sui carabinieri e i migliori narratori di barzellette sugli ebrei sono essi stessi, ma nessuno si sogna di fare dell’umorismo sull’olocausto, così come ci sono delle barzellette sui neri che probabilmente tra loro replicano in fotocopia sui bianchi, e nessuna persona sana di mente vede in Kim Phuk, la bambina simbolo della guerra del Viet Nam, una bambina nuda ma un essere umano che scappa impaurito. La differenza è grande.

Il punto, a mio avviso, è ridimensionare il linguaggio. Ammettere che vent’anni di televisione, non sto dicendo una sola, perché le altre reti si sono passivamente adeguate e hanno abbassato il loro livello culturale, lasciando passare vocaboli ed espressioni che trent’anni fa non sarebbero stati ammessi. Senza tornare alle inutili censure che hanno colpito L’anno che verrà di Dalla, Dio è morto dei Giganti o l’interrogazione parlamentare per Adriano Celentano che si presentò di spalle al pubblico dell’Ariston prima di girarsi e cantare Con ventiquattromila baci.

I costumi cambiano, di certo si parla più liberamente dei fenomeni fisici, dalle mestruazioni alla prostata, di prevenzione e di profilattici, anche se in Italia un po’ meno, cose tabù fino a pochi decenni fa. Resta, comunque, il tabù della morte ma questo è un altro discorso.

Le figlie adolescenti di un mio collega, che lui affettuosamente chiamava “aspiranti donne”, gli chiesero un giorno perché non ci fosse un termine da tavola – cioè per l’uso quotidiano – per gli organi sessuali, senza cadere nel volgare. Il padre saggiamente rispose loro che ci sono e che basta usare quelli scientifici nei contesti giusti, al pari di mano, cuore o piede. Il problema, piuttosto, è che sono usati, soprattutto quelli volgari, fuori posto.

I comunicatori di professione, giornalisti, speechwriter, politici, intrattenitori televisivi, Social Media Manager, per coprire anche figure professionali nuove, non possono nascondersi dietro il paravento del “lo fanno/dicono tutti”, perché entrano in un loop che non ha soluzione, lo dicono tutti perché le figure citate lo dicono e hanno ben maggiore visibilità.

Abbiamo una delle lingue più belle del mondo (non me ne vogliano i francesi) a cominciare da come è scritta la nostra Costituzione (parlo della forma, senza alcun riferimento al referendum autunnale) perché rovinarla con i turpiloqui?

La lingua slovena, così mi dicono i miei amici che la parlano, ha poche parolacce, perché usano quelle delle lingue confinanti, italiano, tedesco e ungherese (con la lingua croata ci sono troppe somiglianze). Dall’italiano hanno anche assorbito due saluti,“adjo” /adio/, il nostro addio e čao /ciao/, il nostro ciao, che usano anche con le persone a cui danno del voi. Bello, vero?