DEL DIRE E DEL FARE

14 Lug

Se solo riuscissimo a mettere in pratica le cose di cui siamo convinti in teoria, metà del lavoro sarebbe fatto, perché leggere e studiare serve a capire, alzarsi ed agire, cominciando dalle famose piccole cose di ogni giorno, serve a dimostrare di aver capito.

FISCHIANDO “IL” ZAPPATORE

13 Lug

Non parleremo dell’abuso dell’inglese nella lingua italiana o dell’imminente scomparsa del condizionale. Di questo i francesi hanno già preso atto e non ne sentono la mancanza, di quello ne parlano in troppi quasi tutti i giorni, senza concludere gran che. Potremmo parlare della reintroduzione della k, quasi imposta per comprimere i twitt nei fatidici 140 caratteri. Reintroduzione perché era presente nella nostra lingua ai tempi del Placito di Capua (il famoso kai ke kelle terre, per intenderci), e qualcuno rammenterà che il suo uso fu ripristinato con un Dpr che determinava l’esatta grafia della parola kilometro nei documenti tecnici, a differenza di chilometro in quelli letterari. Salva la conseguenza che molti studenti trasportano la k e le abbreviazioni da ai compiti in classe. Ma anche questa è storia vecchia, com’è vecchia la storia del garibaldino “Bixio” prunciato “Biperio” a un esame.

È noto anche che le varie tastiere, che trent’anni fa erano relegate alle dattilografe ed ora sono il principale mezzo di calcolo e di accesso all’informazione e alla comunicazione, hanno quasi fatto dimenticare la scrittura a mano, non solo quella con la stilografica che già era di élite, ma anche quella con la più popolare biro. Ormai anche le poche lattaie rimaste fanno di conto con la calcolatrice e, quanto allo scrivere, molte persone soprattutto giovani, non vanno più in là di un appunto: già il testo della lunghezza di un A4 sembra richiedere l’apertura di un programma di videoscrittura. Questa abitudine è un’ulteriore fonte di impoverimento culturale perché la facilità di variare il testo, con la cancellazione, il “copia e incolla” e l’eventuale passata del correttore automatico, fa sì che chi scrive non presti più l’attenzione che era necessaria nei manoscritti.

Potremmo continuare evidenziando come l’elettronica faccia pian piano scomparire, oltre ai manoscritti originali e le relative correzioni, anche i carteggi, che ci hanno fatto conoscere le relazioni tra due persone, pensiamo per esempio a quello tra James Joyce e Italo Svevo: le email di solito non vengono conservate e, una volta cancellate dal server e dal client, non ne rimane traccia.

Parleremo invece di Jennifer, dodicenne, che in treno mi ha chiesto come mi chiamo. La cosa non mi ha sorpreso, perché già anni or sono un’altra Jennifer, questa volta americana, mi chiese il nome prima di salire in canna alla mia bicicletta dicendomi tanto gentilmente quanto fermamente: “You know, Mum doesn’t let me talk to strangers!”.

Jennifer, dicevo. Una ragazzina vivace che poi ha continuato a parlare in italiano – così almeno credeva lei – con le sue amiche. Ciò che mi ha colpito non sono tanto i ripetuti scivoloni dal congiuntivo al condizionale, frutto dei dialetti veneti, quanto l’insistenza con cui diceva “il zio, il zucchero”.

Ormai l’italiano non è insegnato più come una volta, detto non in senso nostalgico. Volendo possiamo fare anche distinzione tra i vari tipo di italiano parlati lungo lo stivale, da quello omologante delle reti televisive nazionali (l’Albania era un Paese povero, ma ricco di parabole sulle finestre e nei loro sbarchi nei primi anni Novanta gli albanesi che arrivavano furono distinti, in “immigrati Rai” e “immigrati Mediast” a seconda dei programmi guardati, altro che Turco-Napolitano o Bossi-Fini, a quello romaneggiante dei serial televisivi fino a quello buono di Milano, capitale italiana del commercio, oltre che della moda.

Una lingua, come un dialetto, è una realtà dinamica, soggetta a variazioni nel tempo e nello spazio, al punto che la stessa parola può avere un significato primario diverso da una città all’altra, con il conseguente rischio di qualche gaffe. I dialetti sono la parte viva del nostro linguaggio, il nostro abito casual. Alcune espressioni del napoletano sono intraducibili, e incomprensibili da altri, perché sono frutto di una ancestrale realtà quotidiana propria del luogo, così come è interessante verificare la trasformazione del dialetto veneto, con le sue differenze di pronuncia e di vocaboli verso est fino alle cittadine dell’ex Istria italiana. A proposito dell’Istria, si racconta che il sindaco di Buje all’apertura di una riunione di lavoro trilaterale tra Croazia, Slovenia dei comuni del litorale adriatico, conclusi i saluti ufficiali nelle tre lingue disse: “Bon, desso podemo parlar in triestin, cussì se capimo tuti” (Bene, adesso possiamo parlare in triestino, così ci comprendiamo tutti).

Una lingua si impoverisce quando, pian piano, perde i suoi vocaboli, a prescindere da quanti ne acquisisca con i neologismi o i prestiti linguistici. Non esiste un processo di compensazione, è un po’ come accade con l’estinzione delle specie animali o lo scioglimento dei ghiacciai, due fenomeni di grande attualità: c’erano e non ci sono, o non ci saranno, più. Provate a “riportare in vita” parole comuni fino a poco tempo fa, come casigliano, desueto e simili in ambienti culturalmente eterogenei e, se vi va bene, vi chiederanno di spiegare.

Alcune parole cambiano di significato in conseguenza alla realtà del momento, pensiamo ad “amante” nel suo significato nel dolce stil nuovo contrapposto a quello odierno, alla stessa parola “amore” che, sulla scia dell’inglese love, è onnicomprensiva mentre, se usassimo il parametro della lingua greca avremmo quattro termini per quattro diversi sentimenti (affetto, amicizia, eros e agàpe). Altre mutazioni hanno una chiara ragione politica.

Quella regione che noi, seguendo il modello americano, chiamiamo “medio oriente”, viene più propriamente chiamata prochen oriente dai francesi (in altre parole, in italiano abbiamo “medio” ed “estremo” oriente, dov’è, quindi, il “vicino”?). Per non parlare della fantasia con cui l’italiano usa le parole inglesi dando loro significati differenti dall’originale, con la pronuncia delle parole straniere, si sa, ognuno fa come gli garba. Un noto giornalista televisivo saluta i suoi spettatori con un “Arrivederci a martedì prossimo”. Fa piacere udire qualcuno che saluta con il martedì e non con l’ormai omologato màrtedi.

Tornando a Jennifer, coloro che hanno studiato quando ancora si imparavano a memoria le poesie rammenteranno i rancori verso Leopardi e “il zappatore”, che l’insegnante ci spiegava esser “licenza poetica”, mentre i nostri erano solo errori.

Attualmente l’unica eccezione negli articoli è “gli dei”, per evitarne la ripetizione cacofonica al genitivo. Se tra un po’ ci troveremo a dire e scrivere “il gnocco” o “i pseudonimi” è solo questione di tempo, così come è entrato nello scrivere comune “famigliare”, non più dal latino ma direttamente dall’italiano.

È destino di una lingua seguire i cambiamenti che la società le impone, se in meglio o in peggio, però, è tutto da definire, e non aspettatevi che citi il “Cinque maggio” del Manzoni.

ATTUALITÀ

10 Lug

Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra? ‹kuoùskue … pazzi̯ènzia …› (lat. «fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?»). – Famosa invettiva con cui Cicerone inizia enfaticamente la 1a Catilinaria. Si citano talvolta le due prime parole (o l’intera frase) per avvertire con enfasi scherzosa che è stato superato ogni limite di pazienza e di sopportazione; come locuzione sostantivata, un quousque tandem, un rimprovero o un richiamo fermo, severo: bisognerebbe … fulminarli con un ‘quousque tandem’ che non manca mai di fare il suo effetto (Rovani). (da treccani.it)

Ognuno è libero di mettere il nome che crede.

ESPRESSIONI DI RINGRAZIAMENTO

9 Lug

Questo, in sintesi, è l’ultimo atto della fuga degli Israeliani dall’Egitto:

Le acque tornarono e coprirono i carri, i cavalieri, tutto l’esercito di Faraone ch’erano entrati nel mare dietro agli Israeliti; e non ne scampò neppur uno. Ma i figliuoli d’Israele camminarono sull’asciutto in mezzo al mare, e le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra. Così, in quel giorno l’Eterno salvò Israele dalle mani degli Egiziani, e Israele vide sul lido del mare gli Egiziani morti. E Israele vide la gran potenza che l’Eterno aveva spiegata contro gli Egiziani; onde il popolo temette l’Eterno, e credette nell’Eterno e in Mosè suo servo.

Allora Mosè e i figliuoli d’Israele cantarono questo cantico all’Eterno, e dissero così: “Io canterò all’Eterno perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.

L’Eterno è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questo è il mio Dio, io lo glorificherò; è l’Iddio di mio padre, io lo esalterò

Questo cantarono gli Israeliti perché i cavalli di Faraone coi suoi carri e i suoi cavalieri erano entrati nel mare, e l’Eterno aveva fatto ritornar su loro le acque del mare, ma i figliuoli d’Israele aveano camminato in mezzo al mare, sull’asciutto.

E Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

E Maria rispondeva ai figliuoli d’Israele: “Cantate all’Eterno, perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”. (Esodo, capitoli 14 e 15)

E Maria, la profetessa, sorella d’Aronne, prese in mano il timpano, e tutte le donne uscirono dietro a lei con de’ timpani, danzando.

Lezione: Ci sono modi diversi di ringraziare il Signore e di esprimere la gioia, Maria e le altre donne scelsero la danza.

500L E FIDUCIA

7 Lug

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Ho trovato questa fotografia in un blog americano che parlava di prossemica tra uomo e donna.

Con tutta evidenza non è l’interno di una Fiat 500L, di quelle con la “doppietta” com’era la mia, ma mi ha fatto rammentare un episodio di quando ero intorno ai vent’anni.

Andavo spesso a seguire delle conferenze con una mia amica (solo amica, perché avevo “messo gli occhi” su sua sorella, ma questa è un’altra storia). Qualche volta accadeva che, accompagnatala sotto casa, rimanevamo in doppia fila a discutere sulla conferenza appena seguita, incuranti di ciò che i passanti, e soprattutto i suoi vicini, potessero pensare.

Una volta in auto con lei mi capitò nel cambiare marcia di prendere il suo ginocchio sinistro anziché il pomello della leva del cambio.

Io diventai bianco, verde ma soprattutto rosso, lei invece, conoscendomi, non ne fece caso e minimizzò l’incidente facendo finta di nulla.

Il valore di un rapporto di fiducia.

FIORI

6 Lug

Margherita, rosa, violetta sono nomi di fiori ma con l’iniziale maiuscola diventano nomi di donna, immortalati dalla letteratura dalla storia e dalla lirica.

Margherita, è la protagonista del celebre romanzo di Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita.

Rosa (Park) è stata l’attivista di colore che, rifiutandosi di cedere il posto sul bus ad un bianco, diede origine alle moderne lotte contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

Violetta è l’indimenticabile protagonista della Traviata di Giuseppe Verdi, assieme a Alfredo, il suo spasimante.

Di nomi prettamente femminili che hanno avuto un uso maschile ho scritto un po’ di tempo fa citando Barbaro e Lauro… ce la facciamo a trovare un Crisantemo entro il due novembre? 🙂

ARROGANZA

5 Lug

Due storie, relativamente vicine sia per distanza fisica sia per contenuto.

Un prete del Friuli, Emmanuel Runditse, che riceve una sanzione per inquinamento acustico e si ribella, “Dura reazione del religioso che chiama gli scampanotadors che suonano per diverso tempo e annuncia: “Domenica all’omelia dirò tutto””, senza minimamente mettersi in discussione pensando che alle 7 del mattino di un giorno festivo più di qualcuno, che non rientra nel novero dei suoi fedeli, ha tutto il diritto di non essere svegliato più o meno bruscamente. Lo stesso giornale, ieri, ha riportato il parere personale della sindaca, che in quella veste è tenuta a far rispettare la legge.

A Trieste Luigi Moro, il rettore di Monte Grisa, già alla ribalta per aver fatto dorare due statue senza avere la copertura finanziaria, riceve una sanzione dai Carabinieri (Guardia Forestale nell’articolo) per aver «cambiato la destinazione d’uso di area boschiva in area di parcheggio» e più avanti dovrà rispondere alla Sovraintendenza alle Belle Arti per aver cambiato in blu la luce bianca della croce che sovrasta la chiesa.

Se è vero che Pietro e Giovanni, quando furono diffidati dal sinedrio dal predicare risposero “Vi pare giusto davanti a Dio ascoltare voi piuttosto che Dio?” (Atti 4.19), e altrettanto vero che “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”. (Romani 13:1).

L’affermazione di Pietro e Giovanni riguarda la fede e la predicazione, il monito di Paolo, invece, riguarda l’aspetto societario della chiesa, che troppi, troppo spesso, dimenticano.

Quale insegnamento possono trarre da questi episodi i giovani a proposito del rispetto delle autorità?