A COME ALTAMURA, B COME BETLEMME

27 Dic

panedialtamura

Forse un gesto scontato nella parte ricca del mondo del ventunesimo secolo è quello di comperare il pane al forno ma ormai molto più spesso al supermercato come un genere alimentare tra gli altri. Poniamo attenzione, almeno chi lo sa fare, ai diversi vini da accompagnare alle pietanze senza pensare che dovremmo farlo anche con i diversi tipi di pane.

Ormai conosciamo poco il pane, al più, se siamo per strada di mattina presto prima del caos urbano, possiamo sentirne l’odore che esce dai forni a serranda ancora abbassata, senza pensare a quanti lavorano per farcelo trovare bello caldo e fragrante. Fare il pane, nella civiltà contadina, era una cosa comune, come rassettare la casa e cucinare. Lo si faceva una volta alla settimana perché a differenza di oggi il pane durava più giorni.

Dalla scelta della farina, e ancor prima dalla raccolta del grano, fino alla cottura in forno sono  tutti passaggi pregni di significati che pian piano si sono persi.

Qualcuno ricorderà i versi della Spigolatrice di Sarpi di Luigi Mercantini, per averli studiati a scuola. Gli insegnanti ponevano l’enfasi su quei trecento che erano giovani e sono morti senza preoccuparsi troppo della donna.

Spigolare è ciò che facevano i poveri, dai tempi antichi fino a settanta/ottanta anni or sono, andando nei campi a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo la trebbiatura. Era un atto di umiltà perché bisognava chiedere e ottenere il permesso per fare una cosa semplice come raccogliere degli scarti. Gli spigolatori del duemila sono coloro che vanno a recuperare gli ortaggi nei cassonetti vicini ai supermercati e non solo.

Una spigolatrice famosa è Ruth, originaria di Betlemme, nella linea genealogica di Gesù, la cui storia possiamo leggere nel libro della Bibbia che porta il suo nome e in cui viene raccontato come un suo lontano parente al quale era piaciuta, la favorì in questo lavoro ordinando ai suoi servi di lasciare delle spighe in abbondanza quando passava lei a raccoglierle.

È forse in ricordo di Ruth, anche se la motivazione si era persa, che settanta/ottanta anni  or sono nel primo anno di matrimonio le nuore usavano portare in dono alle suocere la vaccaredda, in segno sia di affetto sia di riconoscimento della sua autorità. Cose di altri tempi. La vaccaredda si portava anche al genitore rimasto vedovo, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana che ricorda di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Di pane ci parla Dante Alighieri nel canto decimosettimo del Paradiso,

«. . . Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale…»

perché per tradizione a Firenze il pane era ed tuttora è insipido.

Di pane ha scritto Ignazio Silone nei suoi romanzi Pane e vino e Il seme sotto la neve, rchiamandosi alla frase di Gesù “Se il seme non muore non può dar frutto”.

Il pane è presente nella nostra cultura nelle espressioni, ora un po’ in disuso “Portare il pane a casa”, procacciare il sostentamento per la famiglia con l’onesto lavoro, “lavorare per un tozzo di pane“, quando la paga è miserrima, e altre. 

Ha sempre avuto un significato simbolico, come il richiamo alla pazienza nel tempo necessario alla lievitazione. Le nonne del dopoguerra dicevano che il pane non si butta. In termini moderni si ricicla, come pane grattugiato, ingrediente delle polpette dei poveri, gli gnocchi di pane triestini e i canederli altoatesini, l’acqua e sale pugliese e, bagnato nell’acqua, cibo per gli animali da cortile

Spezzare il pane” è un altro gesto perduto, vuoi perché lo si affetta vuoi perché molti tipi di pane sono a consumo personale, ma in tempi andati aveva una valenza molto forte. Uno stare assieme, un essere parte di uno stesso corpo. Veniva generalmente spezzato dal capofamiglia, quando il desco era un momento di unione, prima dell’unione della comunità contadina più allargata nell’aia. Poi, sappiamo arrivò la televisione che unì le persone ma non più tra di loro.

È stato spezzato da Gesù e distribuito ai suoi, assieme al vino passato nell’unico calice, a simboleggiare il suo corpo e il suo sangue. Simboleggiare, perché come leggiamo in Giovanni 6 (il vangelo che non riporta l’ultima cena) gli ebrei l’avevano inteso in senso letterale e erano contrari al cannibalismo. 

Uno dei pani più famosi in Italia è quello il pane di  Altamura, in Puglia (non il pane tipo Altamura dei supermecati), atto ad essere conservato e spezzato a tavola. Pochi però sanno che il nome di Betlemme, la città di Davide e della nascita di Gesù che abbiamo ricordato tre giorni or sono, vuol dire “Casa di pane” in ebraico  בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Leḥem].

Certo, si vive anche senza queste informazioni, ma farle proprie aiuta a rendere più coesa la famiglia più di tanti manuali.

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