EUFEMISMI?

10 Ago

Sono passati ormai ventinove anni dalle raccomandazioni di Alma Sabatini sull’uso non sessista della lingua italiana e ancora di più dal libro di Nora Galli de’ Pratesi Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo del 1969, in cui l’autrice seleziona e spiega quei termini che hanno assunto una valenza di sacro, sessuale, volgare, o comunque da non usare correntemente, e ne enumera gli eufemismi, cioè le parole simili dal significato meno diretto dalle origini più disparate perché perché spesso passano per i dialetti, dal più comune “cavolo” al toscano “Maremma”, tra le quali il farsi un mazzo, usato nel suo profilo Istagram da Federica Pellegrini esprimendo la sua delusione per il quarto posto “Un conto troppo salato, dopo che mi sono fatta un mazzo così. Fa tanto male che non potrei descriverlo!”. Ora, il profilo Istagram di Federica Pellegrini è un fatto privato, ma lei è un personaggio pubblico, almeno fino alla chiusura delle Olimpiadi. Non seguo le Olimpiadi, né critico lei in particolare, l’espressione potrebbe essere sta scrita da un uomo. La prendo come spunto di riflessione.

Le brutte parole… perché, da genitori diciamo di non dirle ai nostri bambini-spugna che quando te ne scappa una te la ripropongono quando meno te l’aspetti, e ci sentiamo liberi di usarle una volta diventati adulti?

A Trieste c’è una fontana che emette uno spruzzo a colonna molto alto e il mio nipotino di tre anni, ancora incerto con le parole, se ne uscì davanti a tutti esclamando, “La grande puttana”, volendo dire fontana  suscitando l’ilarità di molti. Da qualcuno, un colloquio tra adulti, avrà appreso quel termine senza ovviamente associarlo a un significato preciso.

Ci sono i paladini della satira ad oltranza, del si può e si deve dire tutto e ci sono gli altri più cauti.

Gli americani applicano ai polacchi le stesse barzellette che noi diciamo sui carabinieri e i migliori narratori di barzellette sugli ebrei sono essi stessi, ma nessuno si sogna di fare dell’umorismo sull’olocausto, così come ci sono delle barzellette sui neri che probabilmente tra loro replicano in fotocopia sui bianchi, e nessuna persona sana di mente vede in Kim Phuk, la bambina simbolo della guerra del Viet Nam, una bambina nuda ma un essere umano che scappa impaurito. La differenza è grande.

Il punto, a mio avviso, è ridimensionare il linguaggio. Ammettere che vent’anni di televisione, non sto dicendo una sola, perché le altre reti si sono passivamente adeguate e hanno abbassato il loro livello culturale, lasciando passare vocaboli ed espressioni che trent’anni fa non sarebbero stati ammessi. Senza tornare alle inutili censure che hanno colpito L’anno che verrà di Dalla, Dio è morto dei Giganti o l’interrogazione parlamentare per Adriano Celentano che si presentò di spalle al pubblico dell’Ariston prima di girarsi e cantare Con ventiquattromila baci.

I costumi cambiano, di certo si parla più liberamente dei fenomeni fisici, dalle mestruazioni alla prostata, di prevenzione e di profilattici, anche se in Italia un po’ meno, cose tabù fino a pochi decenni fa. Resta, comunque, il tabù della morte ma questo è un altro discorso.

Le figlie adolescenti di un mio collega, che lui affettuosamente chiamava “aspiranti donne”, gli chiesero un giorno perché non ci fosse un termine da tavola – cioè per l’uso quotidiano – per gli organi sessuali, senza cadere nel volgare. Il padre saggiamente rispose loro che ci sono e che basta usare quelli scientifici nei contesti giusti, al pari di mano, cuore o piede. Il problema, piuttosto, è che sono usati, soprattutto quelli volgari, fuori posto.

I comunicatori di professione, giornalisti, speechwriter, politici, intrattenitori televisivi, Social Media Manager, per coprire anche figure professionali nuove, non possono nascondersi dietro il paravento del “lo fanno/dicono tutti”, perché entrano in un loop che non ha soluzione, lo dicono tutti perché le figure citate lo dicono e hanno ben maggiore visibilità.

Abbiamo una delle lingue più belle del mondo (non me ne vogliano i francesi) a cominciare da come è scritta la nostra Costituzione (parlo della forma, senza alcun riferimento al referendum autunnale) perché rovinarla con i turpiloqui?

La lingua slovena, così mi dicono i miei amici che la parlano, ha poche parolacce, perché usano quelle delle lingue confinanti, italiano, tedesco e ungherese (con la lingua croata ci sono troppe somiglianze). Dall’italiano hanno anche assorbito due saluti,“adjo” /adio/, il nostro addio e čao /ciao/, il nostro ciao, che usano anche con le persone a cui danno del voi. Bello, vero?

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