FUNERALI DI STATO

11 Feb

Apprezzo la decisione della famiglia di Giulio Regeni di non accettare i funerali di stato e di celebrare una cerimonia privata, seppur aperta al pubblico, nella quale gli eventuali esponenti delle istituzioni saranno presenti a titolo personale.

In Italia i funerali di Stato sono riservati alle massime autorità della repubblica e ad altre persone identificate dal Consiglio dei ministri, tra le quali i militari uccisi in azioni di guerra (Legge 7 febbraio 1987 n. 36).

Giulio Regeni non collaborava con i servizi segreti italiani, ma era un giovane ricercatore dell’Università di Cambridge e collaboratore sotto pseudonimo di un quotidiano nazionale che da qualche mese si era trasferito al Cairo, cosciente dei rischi che correva abitando in tale città. Così come Valeria Soresin non è stata uccisa in quanto studentessa o in missione per conto dello stato ma perché quella sera si trovava in un locale a Parigi coinvolto in un attentato.

Detto questo, per citare un famoso verso di Fabrizio De André, “quando si muore si muore soli”, e non voglio pensare a strumentalizzioni di questi episodi con secondi fini.

Il lutto, il dolore, appartengono alla sua famiglia, ai suoi amici ed eventualmente ai suoi colleghi. Mi chiedo infatti quanti dei 5100 abitanti del comune di Fiumicello – dove probabilmente tutti conoscono tutti -, paese assurto alla cronaca nazionale al pari di altri piccoli centri dopo episodi luttuosi (penso a L’Avetrana), sappiano veramente che egli era un ricercatore di Università e non piuttosto solo “Giulio, il figlio di Paolo e Claudia che è andato a studiare all’estero”, come tanti dei nostri giovani, quelli che chiamiamo “cervelli in fuga”.

Questo anche per dire che, in seguito alla sua uccisione, i rapporti tra l’Italia e l’Egitto si sono fatti se non tesi quantomeno delicati, e saranno le indagini a fare la chiarezza che spetta a qualsiasi persona, morta, in Italia o all’estero, per cause non naturali.

RIP Giulio.

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