PERCHÉ CI ODIANO

5 Gen

(Recensione per ibs.it)

Libro crudo, senza metafore e con termini chiari fin dal titolo originale Headscavers and Hymenes. Why the Middle East Needs a Sexual Revolution (Veli e imeni. Perché il Medio Oriente ha bisogno di una rivoluzione sessuale) che ci introduce nella condizione della donna nel mondo arabo e islamico, del quale molti parlano ma pochi conoscono e nel quale la donna è senza diritti, proprietà e non persona, prima del padre, poi del marito, spesso ridotta a una fattrice. L’autrice, giornalista e blogger [@monaetahawy], rammenta le sue battaglie, la difficoltà da lei provata nel togliere il velo di sottomissione e con esso le tradizioni ricevute, in parte radicate in lei pur se rifiutate. Parla delle MGF (mutilazioni genitali femminili) e delle spose bambine, del divieto di guida e di svolgere attività sportive perché non “consone al corpo femminile” in Arabia Saudita, realtà custodite dai “guardiani” – la “buoncostume” islamica – istituiti dalle autorità civili e religiose, L’autrice non rinnega l’islam, chiede soltanto che, come accade anche per i testi sacri in altre religioni, il Corano non sia oggetto di un’interpretazione di comodo per sottomettere la donna. Parla di educazione di genere, praticamente assente tra le ragazze ma anche tra i ragazzi, che si informano in internet e nelle riviste pornografiche.
In Italia siamo avanti? Da una parte sì, soprattutto dopo il gesto coraggioso di Franca Viola che cinquant’anni fa rifiutò il matrimonio riparatore, dall’altra no, come si è visto l’estate scorsa con il tam tam contro la cosiddetta “teoria gender” e contro il Gioco del rispetto, progetto di educazione di genere di Trieste e, tra le altre cose, per la mancata attuazione degli articoli 3 e 33 della Costituzione, che pone di fatto la donna ancora in posizione subordinata.
Libro da leggere, soprattutto dagli uomini, per imparare, riflettere, senza fermarsi al sentito dire, perché c’è ancora molto, molto da fare.

(Estratto del libro)

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2 Risposte to “PERCHÉ CI ODIANO”

  1. ci emme gennaio 6, 2016 a 12:05 pm #

    Be’… però attenzione perché, in Francia, dove si fa un gran parlare di questi temi e lo stato si fa in generale garante della cosiddetta “emancipazione della donna”, vietando tra l’altro il velo, molte donne musulmane emancipatissime ne rivendicano l’uso. L’autenticità è la cosa più importante, come dice l’autrice, ma questa potrebbe passare per una femminilità fatta di timidissimo riserbo e casti veli. Perché no? Se è la donna che lo sceglie… Secondo me il dibattito corrente svia un po’ il tema centrale della questione e la storia del velo è un pretesto piuttosto politico. Alle donne non viene chiesto quasi mai cosa ne pensano loro.

    • ardovig gennaio 6, 2016 a 12:33 pm #

      Lo so, in Francia vige la laicità estrema, che come tutti gli estremi può rappresentare una limitazione. In Italia il velo – così come il casco – integrale è vietato per per ragioni di sicurezza. L’autrice ha evidenziato la propria esperienza nel mondo islamico, nel nostro è sempre viva, dopo una molestia sessuale, l’accusa, tacita o palese, del “se l’è cercata”, minimizzando il fatto che l’uomo avrebbe dovuto tenere le mani a posto.

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